People cast their ballot at a voting station in Jerusalem, during the Knesset Elections, on March 2, 2020. Photo by Olivier Fitoussi/Flash90 *** Local Caption *** מצביע בחירות כנסת הצבעה קלפי

Qui Israele. Dieci giorni dopo il voto.

Sono passati 10 giorni dallo spoglio dei voti in Israele e la situazione è ancora incerta, infatti  anche questa terza tornata elettorale si è conclusa senza una vittoria decisiva per nessuno dei due principali blocchi politici.

Il leader del Likud e della coalizione di destra, Benjamin Netanyahu, è uscito dalle elezioni del 2 marzo come il vincitore, ma il distacco con il rivale Benny Gantz di Kahol-Lavan non è stato sufficiente per consentirgli di formare un governo, e questa sua straordinaria vittoria elettorale potrebbe ritorcerglisi contro.

Il Likud ha ottenuto 36 seggi che, sommati ai 9 del partito religioso ultra-Ortodosso Shas, 6 del partito Yamina guidato dal Ministro della Difesa Naftali Bennet e 7 della coalizione religiosa Yahadut HaTora (Giudaismo Unito della Torah) portano la coalizione di destra a 58 seggi. Numero che rappresenta un incremento rispetto ai risultati di aprile e settembre, ma che non consente di ottenere la maggioranza di 61 su 120 alla Knesset, seppur per soli 3 seggi, e mettere in sicurezza il Primo Ministro ad interim che il 17 marzo prossimo dovrà presentarsi al Tribunale di Gerusalemme per la prima udienza del processo a suo carico.

Kahol-Lavan ha ottenuto 33 seggi, mantenendo i numeri di settembre, e la Lista Araba Unita si è confermata il terzo gruppo parlamentare di Israele con 15 seggi, stabilendo un record senza precedenti per il partito arabo.

L’exploit –se così si può chiamare– della Lista Araba Unita e la risicata vittoria personale di Netanyahu potrebbero avere degli aspetti in comune: infatti, negli ultimi mesi il Primo Ministro aveva rafforzato la sua base sottoscrivendo il cosiddetto Piano del Secolo proposto dal Presidente USA Donald Trump (vedi articolo:https://www.frammentidistoria.com/2020/01/30/il-piano-del-secolo-di-trump-per-la-palestina/ ) e promulgando legislazioni che hanno alienato gli arabi-israeliani; azioni, queste, che potrebbero aver spinto un elettorato arabo tendenzialmente apatico alle urne per impedire al Premier di rinnovare il suo mandato. Si stima che il 64,7% degli arabi-israeliani si sia recato a votare (contro il 59,2% di settembre e il 49,2% di aprile) e che l’87% del totale abbia espresso il suo voto in favore della Lista Araba Unita. Non è inverosimile pensare che anche qualche elettore ebreo abbia scelto di votare Joint List invece che Blu e Bianco, la cui sterzata a destra dovuta al sostegno del “Piano Trump” ha allontanato coloro che desideravano vedere una netta e maggiore distanza tra l’alleanza centrista e il blocco di destra.

Nondimeno, Benny Gantz si è dichiarato pronto a fare tutto il necessario per rovesciare Netanyahu. Poco dopo la pubblicazione dei risultati elettorali l’ex capo di Stato maggiore si è apprestato a prendere contatti con i deputati eletti della Lista Araba Unita e con il “falco” Avidgor Lieberman, leader del partito laico, ultra-nazionalista e russofono Yisrael Beiteneu –i cui 7 seggi sono considerati l’ago della bilancia– al fine di costruire una coalizione governativa e ottenere la maggioranza dei seggi inglobando anche i 7 dalla coalizione di sinistra Labor-Gesher-Meretz.

Il piano del leader di Kahol-Lavan è presentarsi dal Capo dello Stato, Reuven Riviln, alle consultazioni parlamentari di domenica 15 marzo con il sostegno di 62 deputati. Questa fragile maggioranza però non sembra destinata a governare: la maggior parte degli ebrei-israeliani non potrebbe sostenere l’idea di un governo appoggiato dal partito arabo Balad, il quale rinnega il principio di uno stato ebraico in nome di uno stato multinazionale, e Lieberman è assai restio a sedersi in un esecutivo comprendente anche gli arabi.

Togliendo i 3 deputati di Balad dall’equazione, se i 12 deputati della Joint List e i 7 di Yisrael Beiteneu dovessero votare per una coalizione di centro-sinistra guidata da Kahol-Lavan (senza necessariamente aderirvi), Gantz avrebbe il supporto di 59 membri della Knesset per formare un nuovo governo, contro i 58 del blocco rivale consentendo a Benny Gantz di insediarsi nella residenza di Balfour Street. Questo scenario vedrebbe Lieberman unirsi alla coalizione in una fase successiva, quando altri partiti inizieranno a fuoriuscire dall’opposizione per partecipare ai benefici connessi alla maggioranza.

Se Lieberman non dovesse accettare di aderire alla coalizione, questa potrebbe limitarsi ad approvare la legge “anti corruzione” proposta da Gantz in campagna elettorale che impedisce l’assegnazione dell’incarico di formare un governo ad un politico sotto processo, escludendo così Netanyahu dalla corsa alla Premiership. Ricomponendo il quadro politico con Bibi fuori dai giochi, Benny Gantz potrebbe guidare un ampio governo di unità nazionale composto da Kahol-Lavan, Likud e Yisrael Beiteneu. Gli arabi potrebbero accettarlo pur di vedere estromesso Netanyahu ed evitare l’implementazione del “Piano Trump”.

Gantz mira a formare il nuovo governo entro due settimane dal voto piuttosto che esaurire il periodo di 42 giorni consentito dalla legge, dato che un processo di formazione più lungo consentirebbe a Benjamin Netanyahu di sventare il suo piano. Se non si riuscisse a trovare un accordo, il destino di Israele sarà affidato ad una quarta consultazione elettorale che dovrà tenersi entro la fine dell’anno, in cui Netanyahu potrebbe avere buone probabilità di ottenere l’ambita maggioranza di 61 seggi.

La politica israeliana si trova in uno stato di eccezionalità senza precedenti che, unitamente allo scoppio dell’epidemia del nuovo Coronavirus (attualmente diagnosticato a 100 israeliani), e l’incombente crisi economica e il caos politico in corso, rischia di condurre il paese un pericoloso vicolo cieco.

Benjamin Netanyahu

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