Elezioni in Israele: una maratona elettorale

Per la terza volta in meno di un anno, il 2 marzo prossimo Israele tornerà alle urne. Per sbloccare la peggiore impasse politica nella storia del paese non sono bastate né due elezioni generali ad aprile e settembre 2019, né due premier incaricati – Benyamin Netanyahu di Likud e il suo rivale più accreditato Benny Gantz del partito centrista Kahol-Lavan –, né tantomeno il ricorso allo scioglimento della Knesset utilizzato per la prima volta nel maggio 2019,

Israele è una democrazia parlamentare unicamerale che conta 120 seggi. Va da sé che per raggiungere la maggioranza di 61 seggi e, di conseguenza, poter creare un governo è inevitabile che i partiti “maggiori” formino coalizioni assieme a partiti più piccoli. Ragione per cui, in Israele partiti piccoli fanno molto rumore. Tuttavia, data la crescente polarizzazione politica, formare coalizioni governative solide e coese risulta sempre più difficile.

Dopo le fallimentari elezioni del settembre scorso i due leader rivali non sono stati in grado di assicurarsi la maggioranza con i loro partiti (Likud aveva ottenuto 32 seggi mentre Kahol-Lavan 33) o di costruire una coalizione in grado di governare con una maggioranza di 61 su 120. Inoltre, il primo ministro ad interim Netanyahu e l’ex capo maggiore di Tsahal Gantz non sono nemmeno riusciti a trovare un accordo sulla condivisione del potere.

La decennale presa di potere di Benyamin Netanyahu su Israele è messa a rischio dalla sua incriminazione per corruzione, frode e abuso di ufficio, e potrebbe risentire dei perduranti problemi economici e dei violenti scontri nei Territori palestinesi Occupati, esacerbati dal cosiddetto “Deal of the Century”, il piano del presidente USA Trump per Israele/Palestina presentato il 28 gennaio scorso e sottoscritto dal primo ministro israeliano.

A questo punto risulta spontaneo chiedersi: come si inseriscono gli elettori arabi-palestinesi nella vita politica israeliana? O la politica israeliana è da considerarsi come un gioco esclusivamente ebraico?

La popolazione di Israele è di circa 8,5 milioni di abitanti, gli arabi-palestinesi cittadini di Israele costituiscono il 20% della popolazione (1,8 milioni di individui) e il 15% circa ha il diritto di voto. Storicamente, il tasso di partecipazione degli arabi-israeliani alle elezioni per la Knesset non è mai stato molto elevato, ma ha raggiunto un picco del 64% nel marzo 2015 dopo la creazione della cosiddetta “Lista Comune”, un’alleanza politica comprendente i quattro principali partiti che rappresentano gli elettori arabi nella Knesset: Hadash, Balad, la Lista Arab Unita (una costola del Movimento Islamista) e Ta’al. Nel 2015 la Joint List aveva ottenuto 13 seggi nel parlamento, il maggior numero di seggi mai ottenuto dai principali partiti arabi, ciò perché quasi l’80% degli elettori arabi-israeliani aveva deciso di dare il suo voto a questa compagine politica.

Nondimeno, l’affluenza alle urne degli arabi-israeliani alle scorse elezioni di aprile e settembre 2019 è stata particolarmente esigua, toccando il minimo storico del 49% aventi diritto di voto nella consultazione primaverile: un dato da leggere congiuntamente allo scioglimento della Lista Comune avvenuto nel febbraio 2019, poi ricomposta per le elezioni di settembre e ora in lizza per le prossime consultazioni.

Ci sono diverse ragioni che possono spiegare il fenomeno della scarsa partecipazione degli arabi-israeliani alle elezioni. Innanzitutto, le stesse politiche governative e le iniziative legislative della Knesset enfatizzano il carattere “ebraico-sionista” dello stato, basti pensare alla Legge Fondamentale approvata nel luglio 2018 che sancisce il diritto di autodeterminazione nello stato di Israele come esclusivo degli ebrei e che ha consolidato l’ebraico come lingua di stato, declassando l’arabo ad uno “status speciale”. Ancora, molti cittadini arabi hanno perso la fiducia nella possibilità di poter cambiare le cose dall’interno dal momento che ipotetiche iniziative contro-legislative verrebbero prontamente arginate dalla dominanza dei partiti ebraici di destra nel parlamento. Un altro motivo è legato al fatto che i cittadini arabi sono assai più interessati ai problemi locali, legati alla loro vita quotidiana, anziché alle problematiche riguardanti la questione palestinese più in generale. Gli arabi-israeliani si trovano ad affrontare quotidianamente discriminazioni, livelli più alti di povertà, violenza e criminalità. Inoltre, molti di loro hanno stretti legami familiari con i palestinesi che si trovano in Cisgiordania e Gaza e altrettanti si identificano come palestinesi.

Forse, l’indignazione e la rabbia per il “Piano Trump” potrebbe mobilitare gli elettori arabi e spingerli alle cabine elettorali il 2 marzo per, potenzialmente, impedire a Netanyahu di rinnovare il suo mandato e mettere in discussione l’attuazione del Piano stesso, ma questa è solo una supposizione e bisognerà attendere il giorno dopo le elezioni per discuterne seriamente. Ciò che invece è certo è che il “Piano Trump” di cui Netanyahu è depositario, ha causato uno spostamento a destra della alleanza centrista Blu e Bianco (Kahol-Lavan), la quale messa all’angolo dalle azioni del leader del Likud ha dovuto accettare il piano, fatto che ha allontanato da questo partito i leader della Lista Comune e simpatizzanti elettori arabi.

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