Il “Piano del secolo” di Trump per la Palestina

Sono passati solo due giorni dalla divulgazione ufficiale del Piano per una pace tra Israele e Palestina elaborato dall’amministrazione Trump, ma i palestinesi sono già in subbuglio per la proposta che è vista come l’imposizione di un regime di apartheid nei loro confronti.

Il piano arriva dopo 3 anni dall’inizio dell’elaborazione di una soluzione per il conflitto israelo-palestinese proposta dall’amministrazione USA, dopo che nel novembre scorso il Segretario di Stato Mike Pompeo aveva annunciato che gli Stati Uniti non consideravano più gli insediamenti israeliani come contrari al diritto internazionale –ribaltando così una lunga tradizione di politica estera americana nei confronti dei Territori Palestinesi Occupati–, e dopo il riconoscimento di Gerusalemme come capitale di Israele nel dicembre 2017.

Il piano è stato redatto da un team di consulenti e funzionari guidato dal Senior Advisor del Presidente, nonché suo genero, Jared Kushner, ed è diviso in due parti: una economica ed una politica. La parte economica, chiamata “Peace to Prosperity” è stata svelata il 22 giugno scorso durante un incontro in Bahrain, boicottato dalla leadership palestinese e a cui i funzionari israeliani non parteciparono, ed è volta a dare un impulso alle economie palestinesi e dei vicini stati arabi attraverso un fondo di investimento da 50 miliardi di dollari. Il piano prevede inoltre progetti infrastrutturali, commerciali e turistici come pure un “corridoio di viaggio” che collega la Striscia di Gaza alla Cisgiordania attraverso un’autostrada.
La parte politica è stata presentata il 28 gennaio 2020 durante una conferenza stampa alla Casa Bianca alla presenza del Premier israeliano Benjamin Netanyahu. Vale la pena soffermarsi sul tempismo della divulgazione, perché arriva a poche ore dall’accusa formale di corruzione, frode e violazione della fiducia nei confronti di Netanyahu, il quale sta combattendo anche per la sua vita politica dato l’avvicinarsi, per la terza volta in un anno, delle elezioni legislative in Israele. Inoltre, sembrerebbe che Trump abbia voluto svelare la sua proposta anche per alleggerire la pressione nei suoi confronti dovuta al processo di impeachment in corso al Senato.
Il piano Trump, a quanto pare, prevedrebbe l’annessione da parte di Israele della Valle del Giordano e di interi blocchi di insediamenti in Cisgiordania, inclusa Gerusalemme Est (si parla del 30% di territorio). Ai palestinesi andrà il restante 70%, nel quale entro 4 anni sarà istituito uno Stato di Palestina. Questo cosiddetto stato sarà formato da piccole enclaves chiuse, isolate, e con uno status di autonomia limitato, sarà smilitarizzato, mancherà di controllo sui confini e sullo spazio aereo, e nei fatti mancherà la possibilità di attuare un reale governo.
I palestinesi, che non sono stati presi in considerazione per l’elaborazione del piano, continueranno ad essere in balia di Israele e avranno bisogno del suo consenso per qualsiasi azione. In altre parole, sembrerebbe che il Piano di Trump per la Palestina non faccia altro che perpetrare lo status quo e sancirlo definitivamente. Come prevedibile, questa proposta sarà accettata da Israele, mentre verrà rifiutata dalla leadership palestinese, che ha già minacciato di ritirarsi anche dal framework legale che governa la regione dagli accordi di Oslo (1993-95).

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