Pietro Pacciani: identikit di un mostro [Pt. 3]

Da quel maledetto 1985, anno in cui furono uccisi la Mauriot e il suo compagno, il Mostro di Firenze sparì nel nulla. La bestia smise di colpire e gli inquirenti brancolavano nel buio.

Capire l’identità di colui che aveva lasciato una scia di sangue infinita sfuggiva a qualsivoglia indagine o supposizione. Non c’era alcuna pista concreta, alcuna prova, dalla quale partire per provare a trovare una risposta.

Da subito sovvenne una domanda: perché non colpisce più? Magari è morto oppure si è ammalato? Magari era in carcere per qualche altro reato? Firenze era terrorizzata perché nulla vietava che la bestia fosse ancora a piede libero e in qualsiasi momento sarebbe potuta riapparire nelle campagne della Toscana più rinomate.

Fu stilata una lista. Un elenco che racchiudeva tutti quei soggetti che, negli ultimi anni, erano stati in carcere per crimini in qualche modo collegabili al Mostro (stupro, omicidio, maltrattamenti e non solo). Una serie di nominativi che, nella zona fiorentina, si erano macchiati di crimini vergognosi e magari, tra quei “signor nessuno”, poteva celarsi il volto del serial killer.

La lista con il tempo, da 82 identità, si ridusse sempre più perché alcuni erano sempre in carcere, altri lo erano stati durante alcuni degli omicidi. Agli inquirenti, anche grazie ad una segnalazione anonima, balzò agli occhi il nominativo di Pietro Pacciani.

Chi è Pietro Pacciani? Per capire la storia dell’uomo dobbiamo partire da lontano. Dobbiamo cominciare dal 1951 quando, poco più che un ventenne, Pacciani aveva commesso un omicidio.

Nel bosco di Tassinaia, nella zona del Mugello, uccise un commerciante, Severino Bonini. A quanto pare la vittima aveva commesso l’errore di insidiare una giovane ragazza, Miranda Bugli, compagna del Pacciani.

Era difficile comprendere se si trattasse di un tentativo di stupro o se, invece, i due si volessero congiungere in modo del tutto consenziente. Mentre i due erano nel bosco, in atteggiamenti assolutamente inequivocabili, Pacciani, nascosto tra i cespugli, intervenne come una furia sull’uomo e lo uccise a colpi di coltello.

Poi colui che verrà accusato di essere il Mostro di Firenze, ebbe un rapporto sessuale con la donna, accanto al corpo ancora caldo del Bonini.

La Corte di Assise di Appello di Firenze condannò l’uomo a diciotto anni di carcere, che poi furono ridotti a quindici perchè tre anni furono condonati dal Tribunale penale di Firenze. Il 4 luglio 1964 Pacciani tornò libero.

Egli sposò Angiolina Manni e si trasferirono nella parte sud della provincia perché per Pacciani, visto il curriculum, non era facile trovare un lavoro. Condussero una vita, apparentemente, tranquilla. Lui faceva il contadino, unico mestiere che conosceva davvero, e la moglie accudì le due figlie che ebbe all’interno del matrimonio.

Sembrava tutto normale fino a quando, nel 1987, Pietro Pacciani si ritrovò di fronte, per la seconda volta nella sua vita, ad un giudice. Egli fu accusato dalle figlie, Rosanna e Graziella, di averle ripetutamente stuprate negli anni della loro infanzia ed adolescenza. Le due ragazze raccontarono un’esistenza di sevizie e di maltrattamenti, nei quali anche la madre non potè fare altro che subire la furia sessuale e violenta del padre-marito.

Lo accusarono, oltre alle violenze sessuali, di essere state ripetutamente picchiate, minacciate e di essere state costrette a mangiare il cibo per i cani. Pare che Pacciani si facesse dare del “lei” e si facesse chiamare “padrone”, costringendo le tre donne a vivere nel terrore. Il processo tratteggiò l’identikit di un despota violento, perverso sessualmente, che non si faceva scrupoli ad usare la violenza e la forza nei confronti di quelle persone che dovevano costituire le realtà più care all’uomo.

Pietro Pacciani fu condannato a otto anni di carcere. Ecco un breve estratto della sentenza che indica il perché della sanzione:  per “innumerevoli volte congiunto carnalmente, anche per via orale, con le figlie Rosanna e Graziella (fin dalla loro tenerissima età) e che ha poi sottoposte le stesse e la moglie Manni Angiolina ad una serie continua di vessazioni fisiche e morali fino a picchiarle sistematicamente quasi tutti i giorni, anche a sangue facendo uso di mani e calci nonché di bastoni, tenaglie, pinze e quant’altro gli capitava a portata di mano (1)”.

Gli inquirenti, da quel momento in poi, si convinsero di aver trovato il volto di uomo che, forse, combaciava perfettamente con quel del Mostro di Firenze.

Nel prossimo articolo, capiremo come si svolse il processo e le indagini che portarono alla condanna in primo grado per Pietro Pacciani, per tutti gli omicidi dal 1974 al 1985 (quello del 1968 rimase sempre a carico di Stefano Mele).

La domanda che dobbiamo porci è: Pacciani è davvero il Mostro di Firenze o è semplicemente (?) un mostro con la “m” minuscola?

(1): Il frammento della sentenza è stato ripreso da “Mostro di Firenze al di là di ogni ragionevole dubbio”, un libro scritto da Paolo Cochi, Francesco Cappelletti e Michele Bruno.

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