I am the revolution

I am the revolution. La rivoluzione non si fa. Si è. Questo è il concetto fondante del documentario girato da Benedetta Argentieri, giornalista e reporter di guerra, con una troupe interamente al femminile. Il film, uscito in Italia nel febbraio del 2019, racconta la storia di tre femministe “in una parte del mondo in cui tutte le donne sono schiave”, Siria, Afghanistan, Iraq.

Il titolo doveva inizialmente essere “Victims no more”, per abbattere gli stereotipi: «Troppo spesso l’equazione è “donne in Medio Oriente = vittime, creature umiliate, battute, velate a forza dai padri, dai fratelli, dai mariti”. Volevo raccontare che c’è anche altro in quella parte di mondo. E quanto è importante».

Guerriglia, attivismo, politica, tre approcci diversi al femminismo, ma con un minimo comune denominatore: la battaglia per l’uguaglianza di genere e per il diritto allo studio. Una rivoluzione per la democrazia. I am the revolution parte proprio dall’esigenza di raccontare l’altra parte, oltre la tradizione, oltre la definizione, oltre l’apparenza. Un film fatto da donne sulle donne che rischiano la vita tutti i giorni per salvare altre donne.

La prima è Yanar Mohammed. Nata a Baghdan, nel 1993 scappa dal regime di Saddam Hussein e si trasferisce in Canada con la famiglia. Lì lavora come architetto, in un contesto di stabilità e sicurezza, ma “Mi sentivo come una pianta senza radici, la mia vita non aveva uno scopo”. Nel 2002 gli Stati Uniti invadono l’Iraq. Le donne vengono rapite per la strada e vendute ai trafficanti di essere umani o spinte alla prostituzione. Così Yanar nel 2003 decide di ritrasferirsi a Baghdad da sola, e fonda l’Organization of Women’s Freedom (Owfi), riconosciuta dall’Onu, ma ancora oggi illegale in Iraq. Owfi si occupa di aiutare le donne a scappare dalle violenze domestiche, e soprattutto dal delitto d’onore. Procura una nuova identità a queste vittime, e cominciando da un processo di alfabetizzazione, di femminismo e di empowerment, le trasforma in difensori e paladine dei diritti. Yanar in questi 15 anni ha salvato più di 500 donne.

Raqqa, Siria, per quattro anni capitale dell’Isis. Nel 2017 viene riconquistata da una coalizione costituita da unità curde e milizie arabe con l’aiuto degli Stati Uniti. A marciare nella città sono 60 mila uomini e donne, guidati da Rojda Felat, donna e grande stratega militare.Isis ha messo sulla sua testa una taglia da 1 milione di dollari. È cresciuta in Siria, dove i curdi sono sempre stati considerati cittadini di serie B. Nel 2012 decide di unirsi allo YPJ, l’Unità di Protezione delle Donne. Erano in 4, ora sono in 24 mila. Queste miliziane compiono una scelta di vita, abbandonano la loro vecchia identità e dedicano sé stesse alla rivoluzione, alla protezione dei civili e delle altre donne. In accademia, oltre alla formazione militare, ricevono anche una formazione politica, che prende ispirazione dalle parole del fondatore del PKK, Abdullah Öcalan: “Uguaglianza e libertà possono essere ottenute solo a partire dalla questione femminile. Per questo la nostra rivoluzione è una rivoluzione delle donne”. Quando le Unità di Rojda entrano in un nuovo territorio, portano con sé una nuova speranza, quella dell’uguaglianza di genere. Fanno eleggere dai cittadini un Sindaco uomo e un Sindaco donna. La poligamia viene bandita, come i matrimoni tra minori. Nonostante siano passati 5 anni dall’inizio della loro rivoluzione, la strada è ancora lunga, e non si fermeranno di certo quando l’Isis verrà sconfitto.

Kabul, Afghanistan. Uno dei posti peggiori dove nascere donna. Nel 2001 gli americani entrano in città con la promessa del progresso. 17 anni dopo, l’87% delle donne continua a subire violenza, l’86% non sa leggere e scrivere. Non si può uscire di casa senza velo, per il rischio di essere lapidate in piazza. Le donne in Iraq non hanno diritti. Questi 30 anni di guerra consecutiva non hanno fatto altro che peggiorare queste condizioni.  Selay Ghaffar è la portavoce del partito della Solidarietà dell’Afghanistan, unico partito laico a Kabul, e lei è la prima donna ad avere questo ruolo. Tra i suoi obiettivi, l’affermazione del secolarismo a livello statale, l’educazione e l’emancipazione femminile. Villaggio dopo villaggio Selay Ghaffar sta trasformando l’Afghanistan. Una donna alla volta: una rivoluzione che si combatte con libri e matite. Selay il cambiamento lo progetta ogni giorno. Lei non si ferma, e arriva dove il Governo non riesce. «Non siamo più vittime, ci sono movimenti femminili, donne pronte a mettere a repentaglio la loro vita per i loro diritti», «perché la lotta senza sacrifici è impossibile».

I Am The Revolution racconta una rivoluzione necessaria e lontana, ancora oggi e ovunque. Racconta di donne leader e donne comandanti, che traducono in realtà diritti presenti solo nelle più evolute democrazie del mondo. Ce la faranno a imporre la loro Rivoluzione in Medio Oriente? In fondo, come afferma Rojda, “Quale rivoluzione è più difficile della rivoluzione delle donne?

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