Il Mozambico e la paura jihadista

Nel corso degli ultimi anni, anche un paese come il Mozambico apparentemente immune alla violenza politica di matrice jihadista, è stato travolto da un’insurrezione che ha colto di sorpresa gli osservatori del cosiddetto “jihadismo globale”.

Il tutto ha avuto inizio all’alba del 5 di ottobre 2017 quando nei sobborghi di Mocímboa da Praia, cittadina della provincia settentrionale di Cabo Delgado al confine con la Tanzania, una trentina di uomini a volto coperto e armati di machete e AK-47 ha condotto una serie di agguati coordinati contro tre stazioni della Polizia della Repubblica del Mozambico, contro alcuni funzionari della comunità e contro i residenti della stessa.

Per un paio di giorni Mocímboa da Praia è rimasta in balia dei ribelli; durante tale breve occupazione, questi ultimi hanno rubato armi e munizioni dalle caserme e sono stati coinvolti in un conflitto a fuoco con le forze armate che, in ultima istanza, sono riuscite a respingere l’attacco e a far disperdere il commando – al costo di 16 vittime in totale, 2 ufficiali di polizia, 13 assalitori e un civile.

Gli scontri non sono cessati nei mesi successivi; anzi, è seguito circa un anno e mezzo di atrocità – tra assalti, decapitazioni e rapimenti, distruzioni di proprietà – che hanno destabilizzato l’intera provincia e che hanno mandato il governo di Maputo in fibrillazione.

Ma chi sono i responsabili di questi attacchi?
Grande è la confusione sotto questo cielo, ma la situazione non è ottima.

Il governo ha offerto poche e contraddittorie spiegazioni: in alcune occasioni ha minimizzato la questione dicendo le violenze erano commesse da “individui criminali”; altre volte, invece, li ha associati al jihadismo globale che cerca di espandersi anche in Mozambico.

Questo zibaldone di informazioni e interpretazioni ha spinto l’élite governativa a rispondere all’insurrezione non in modo sistematico, ma utilizzando il pugno di ferro: implementando politiche di sicurezza repressive nei confronti delle comunità islamiche sospettate di fomentare le attività terroristiche e nei confronti di tutti gli individui sospettati di affiliazione ai gruppi islamici. Invero, centinaia sono stati gli arresti e le moschee ritenute roccaforti degli insorti sono state chiuse o rase al suolo.

Solo grazie alle testimonianze della popolazione locale è stato possibile delineare un profilo un meglio definito, ma non ancora nitido, degli esecutori.

Già intorno al 2014-15 gli abitanti di Mocímboa da Praia e i membri del Consiglio Islamico di Cabo Delgado avevano denunciato alle autorità centrali la presenza di un inquieto gruppo di giovani musulmani dall’ideologia estremista. Le autorità locali hanno chiamato questo gruppo “al-Shabaab” (in arabo “la gioventù”), forse in ossequio ossequio al movimento terroristico affiliato ad al-Qaeda, situato e attivo prevalentemente in Somalia, o molto probabilmente in semplice riferimento alla giovane età dei componenti del gruppo.

Col tempo ha iniziato a prendere consistenza l’ipotesi di un possibile collegamento di questo gruppo ad un’altra organizzazione islamica nota nelle province settentrionali e nel resto del paese con diversi nomi: “Swahili-Sunna”, “al-Sunna wa Jama’ah”, o “Ansar al-Sunna”.

Allo stato attuale non si sa molto della leadership di questo gruppo. Pare che le sue radici affondino nel pensiero di alcuni imam radicali ispirati che si sono formati nelle tra Tanzania, Somalia e Kenya; gli obiettivi di questi sarebbero l’istituzione di uno Stato Islamico secondo i precetti della shari’ah e la trasformazione del sistema governativo di istruzione secolare con uno islamico.

Secondo altre voci, le organizzazioni opererebbero in maniera meno strutturata e istituzionale; infatti alcune ricerche evidenziano una cifra tra i 350 e i 1,000 militanti estremisti, che opererebbero in piccole cellule relativamente autonome lungo la costa nord di Cabo Delgado.

Dove sono da ricercare le origini della violenza?

Benché l’impronta religiosa in queste violenze sia evidente, la nascita e lo sviluppo della militanza locale appaiono strettamente connesse alle particolari caratteristiche della regione, nonché alle sue vulnerabilità socio-economiche. Infatti, la povertà, la disoccupazione, l’esclusione sociale e la difficoltà ad accedere a servizi sociali di base, come sanità ed educazione, sono state identificate  dagli esperti come le fondamenta su cui si è costruita l’insurrezione dei giovani radicalizzati di Cabo Delgado.

La provincia settentrionale è lontanissima da Maputo, la capitale, non solo geograficamente, ma anche dal punto di vista politico, economico, sociale e religioso. Le istituzioni statali qui sono molto deboli e la popolazione si sente abbandonata dallo Stato centrale. Più della metà della popolazione è di fede musulmana, mentre il Mozambico è a maggioranza cristiana. È la provincia più povera di tutto il paese. È a in gran parte una provincia rurale. I tassi di disoccupazione sono altissimi, in particolare tra i giovani.

Per non parlare della questione delle risorsi naturali.

Cabo Delgado è stata ribattezzata “la nuova Eldorado” dopo la scoperta di vasti giacimenti di petriolo e gas che hanno attratto multinazionali straniere, tra cui l’americana Anadarko e la nostra ENI. Nonostante le grandi aspettative e le promesse fatte alla popolazione, fino a questo momento l’impatto in termini di occupazione e reddito è stato minimo: infatti, la maggior parte della manodopera impiegata è arrivata dal vicino Zimbabwe (essendo più economica, dato che meno qualificata), generando tra le comunità locali un diffuso malcontento.

Ancora, il distretto di Montepuez ospita il giacimento di rubini più grande del mondo, tanto che il Mozambico oggi detiene l’80% della produzione mondiale di rubini. I giacimenti sono quasi totalmente in gestione alla società inglese Gemfields. La popolazione locale, come diverse organizzazioni internazionali, hanno spesso accusato la compagnia di espropriazione indebita di terre senza giusto compenso, violenze e soprusi.

In ultima analisi più del discorso religioso in sé, a rendere alcuni individui più vulnerabili e ricettivi ai messaggi di estremismo violento sia stato il senso di frustrazione che ha investito la giovane popolazione di Cabo Delgado. Invero, questo insieme di tensioni sociali, politiche e anche religiose hanno rappresentato un terreno di coltura ideale all’aderenza di un discorso islamista antistatale.

Ad oggi, il governo di Filipe Nyusi non è riuscito a dare una risposta organica alle violenze estremiste per disinnescare la crisi che travolge Cabo Delgado, ma che rappresenta un rischio  per la stabilità di tutto il Mozambico.

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