Colombia: Governo & Farc, un’intesa impossibile

L’inizio delle trattive per l’avvio dei colloqui di pace tra governo e FARC

Nel 2012 è iniziato formalmente un vero e proprio dialogo tra le forze delle FARC-EP (Fuerzas Armadas Revolucionarias de Colombia- Ejercito del Pueblo) e il governo colombiano, presieduto ormai da due anni dal presidente Juan Manuel Santos, per poter scrivere la parola fine accanto al conflitto interno che dura dal 1964. L’incontro preliminare del 27 agosto 2012 ha prodotto un’agenda suddivisa in 5 punti da cui poter porre le basi per i futuri negoziati: una riforma agraria; la partecipazione politica per i combattenti; la fine del conflitto armato; collaborazione per la risoluzione del problema eterno delle droghe; stabilire un processo di verità riguardo alle vittime e al tema più generale dei diritti umani; un referendum popolare sugli accordi di pace.

Nel mese di novembre 2013, ad un anno dall’inizio dei negoziati, la pace era ancora lontana dal suo compimento. L’idea originale era infatti che dopo un anno sarebbero stati raggiunti tutti i 5 punti dell’accordo. Tuttavia, solo a maggio 2013 si riuscì a realizzare il primo, relativo ad un piano per la riforma agraria. Dopodiché, si entrò fin da subito in una fase di stallo per quanto concerne il secondo punto, ossia il reinserimento delle FARC nella vita politica del paese. Nella società colombiana, infatti, vi è un forte rigetto verso il concetto di amnistia. Inoltre, la trattativa andò avanti senza stabilire un cessate il fuoco, quindi i guerriglieri continuarono a compiere attacchi per mettere sotto pressione il governo. La prima conseguenza fu la caduta in discesa libera del livello di popolarità di Santos, arrivando circa al 28% dei consensi. Per evitare un crollo definitivo della sua figura, il processo di pace venne accelerato. Il 6 novembre 2013, infatti, si sbloccò l’impasse negoziale potendo rilanciare gli accordi e realizzando anche il secondo punto. Si garantì una nuova normativa per la creazione di nuovi partiti politici e per l’incolumità dei militanti delle FARC. Tuttavia, attraverso un sondaggio realizzato nelle zone più toccate dal conflitto tra agosto e settembre dello stesso anno, si evidenziò come il 61% fosse contrario alla trasformazione delle Farc in partito e il 77% non avrebbe votato un candidato alla presidenza proveniente dalle Farc.

Vi era una chiara difficoltà per avviare un definitivo processo di riconciliazione e dialogo all’interno della società colombiana, ancora profondamente segnata dai tragici eventi del conflitto.

Il primo segnale di enorme successo per le trattative di pace si manifestò il 20 dicembre 2014, data in cui per la prima volta dall’inizio del conflitto le FARC dichiararono un cessate il fuoco unilaterale e indefinito. Il primo mese successivo a tale impegno si registrarono livelli estremamente bassi di attività militari, come non accadeva dalla metà degli anni ’80. Tuttavia, tale volontà di intenti da parte delle FARC era sottoposta a delle condizioni. Il cessate il fuoco doveva infatti essere verificato da parte di organismi nazionali e internazionali. In secondo luogo, la tregua sarebbe stata sospesa al primo attacco subito da parte delle forze armate. Il governo colombiano si rifiutò ad accogliere le condizioni imposte, sostenendo l’impegno dello stato nella protezione del proprio popolo. Santos, inoltre, decise di non accettare l’accordo, in quanto memore degli eventi passati. L’unico cessate il fuoco bilaterale firmato risaliva, infatti, al 1983, che non solo non pose fine alle ostilità, ma deteriorò ulteriormente il processo di pace, che collassò subito dopo. Un altro avvenimento storico fu la concessione di zone demilitarizzate durante il governo di Andrés Pastrana (1998-2002). Tuttavia, il territorio venne utilizzato dalla guerriglia per addestramenti militari e per rafforzarsi a scapito del governo centrale. Per tali ragioni, il negoziato portato avanti dal governo Santos non poté permettersi di garantire zone protette alle FARC e nemmeno di concordare su un cessate il fuoco bilaterale così caratterizzato. Egli, infatti, fece dell’azione militare contro la guerriglia l’asse portante dell’intero processo di pace fino al 2016, l’anno di svolta.

Il 2016: l’anno di svolta per gli accordi di pace

La pace in Colombia cominciò ad essere percepita come realizzabile, in seguito alla stretta di mano tra il presidente Santos e il capo delle FARC il 23 settembre 2015, suggellando l’intesa su una particolare questione: la creazione di un tribunale speciale sui crimini legati al conflitto che insanguina il paese dal 1948. Gli ex guerriglieri avevano sempre sostenuto che non si sarebbero mai sottoposti alla giustizia dello stato colombiano e che non avrebbero ratificato un accordo che implicasse l’eventuale condanna dei suoi membri. Tuttavia, le FARC diedero il proprio assenso in merito all’istituzione del tribunale.

Il presidente della Colombia Juan Manuel Santos e il comandante della guerriglia delle FARC, alias Timochenko, il 23 giugno 2016 riuscirono a far compiere un gran passo in avanti verso la firma della pace e la fine del conflitto armato. I due protagonisti in questione raggiunsero infatti un accordo relativo al disimpegno militare e al conseguente abbandono delle armi, in cambio di una concessione di protezione governativa e di reintegrazione alla vita civile per gli ex combattenti.

Sulla scia di questo successo, anche i guerriglieri dell’Esercito di Liberazione Nazionale (ELN) espressero la loro volontà nel voler raggiungere un accordo con il governo colombiano. 

Il 24 agosto 2016 si conclusero i negoziati per la cessazione delle ostilità e la costruzione di una pace stabile e duratura tra il governo colombiano e le FARC-EP. Il testo dell’accordo si componeva di 6 punti principali: riforma agraria, giustizia, coltivazioni illegali, sovranità, disarmo riparazioni di guerra, partecipazione nella vita politica del paese.

La parola fine comparve finalmente il 26 settembre 2016. Il conflitto più longevo dell’emisfero occidentale, infatti, giunse al termine grazie alla firma degli accordi di pace a Cartagena. Una data storica per la Colombia che sancì la fine del conflitto armato, durato 52 anni: il più lungo e sanguinoso della storia dell’America latina.

La possibilità di giungere ad un accordo di pace si fece pragmaticamente possibile nel 2016, visto che la Colombia disponeva di un budget di gran lunga maggiore rispetto al passato per poter affrontare i temi dell’agenda negoziale. Agli occhi dei guerriglieri, inoltre, lo stato risultava diverso in quanto economicamente più florido rispetto al passato. Se infatti il budget per la pacificazione nella zona smilitarizzata di Caguan, dove avvenne il primo incontro ufficiale con le forze della guerriglia, era di 25 miliardi di dollari, nel 2016 era in grado di stanziare sul tavolo negoziale oltre 4 volte tanto, circa $120 miliardi. 

Il trattato di pace venne sottoposto, in seguito, ad un referendum nazionale il 2 ottobre dello stesso anno per poter implementare gli accordi raggiunti, con una previsione iniziale di successo pari al 72%, ma purtroppo l’esito si rivelò, a sorpresa, fallimentare.

Il no inaspettato espresso nel referendum nazionale del 2 ottobre 2016

Per la prima volta, la responsabilità della pace risiedeva nelle mani del popolo. Un popolo che optò di esprimere il proprio dissenso durante la scelta referendaria sul trattato di pace tra governo e FARC. Un dato importante di questo appuntamento elettorale fu l’elevata astensione: il 62,57% degli aventi diritti al voto preferì non presentarsi alle urne, come se la posta in gioco fosse marginale. In secondo luogo, la scelta del no vinse con uno scarto di appena lo 0,5%.

Il referendum era avversato dalle forze più autorevoli del paese. Il tentativo di riforma agraria, in un paese in cui il 4% della popolazione possiede oltre la metà degli appezzamenti terrieri, non poteva essere ben accolto dai grandi latifondisti proprietari terrieri. L’altro grande attore che premette verso il no fu l’esercito. Le forze armate, infatti, grazie alla guerra hanno continuato ad arricchirsi e ad incrementare il proprio potere.

La distribuzione geografica del voto non si configurò in maniera omogenea, trovandosi di fronte ad una contraddizione di preferenze anche all’interno della stessa provincia. Il no prevalse nelle zone centrali del paese, nei centri di produzione del caffè, e soprattutto in alcune delle aree più logorate dalle milizie delle FARC.

Tra le motivazioni del no, una causa rilevante fu senz’altro la fretta del presidente Santos nel voler ottenere la firma del documento, prima della fine del suo secondo mandato. Un’altra ragione fu la scelta di non affrontare in sede negoziale la discussione circa la creazione di una commissione al fine di verificare se tutti i beni e le attività delle FARC fossero state effettivamente registrate, per poter procedere al risarcimento delle vittime. Inoltre, per gli ex guerriglieri fu deciso di comminare delle pene che non fossero adeguate alla gravità dei crimini commessi.

Il nodo più controverso però era rappresentato dalla possibilità per i militanti di essere eletti all’interno del congresso colombiano. Lì era stata garantita una presenza all’appuntamento delle elezioni presidenziali del 2018, con una rappresentanza minima di cinque deputati al Congresso e cinque senatori.

La scelta della città di Avana come sede dei colloqui, poi, non fu congeniale, trattandosi di una location ideologicamente favorevole alle FARC.

Nonostante l’esito negativo espresso dalla popolazione colombiana, sia le FARC sia il governo avevano tutte le intenzioni per continuare il processo di pace.

Al presidente Santos, il 7 ottobre 2016, venne assegnato il premio Nobel per la pace, considerato come il protagonista degli accordi di pace. Si trattò essenzialmente di una scelta politica, da parte dell’Accademia Reale di Stoccolma, per voler significare che il processo di pace in Colombia non fosse affatto morto. Secondo la motivazione di tale scelta, il referendum non bocciò il desiderio di pace, ma un accordo specifico. Attraverso l’assegnazione del premio, si sperò dunque che gli sforzi negoziali sarebbero potuti andare avanti, sempre grazie alla forza del presidente Santos.

Un fattore di successo per Santos fu invece l’avvio dei negoziati con un’altra componente della guerriglia colombiana, i militanti dell’ELN, il 27 ottobre. Il governo decise, dunque, di riaccreditarsi agli occhi dell’opinione pubblica dopo la sconfitta del referendum con le forze più deboli a livello militare, rispetto alle FARC. L’ELN era privo della possibilità di influenzare la vita politica del paese e aveva un forte interesse ad abbandonare la violenza per integrarsi pacificamente all’interno della società colombiana.

Santos apprese dall’amara esperienza referendaria, che bisognava trovare un compromesso che non fosse stato allo stesso tempo troppo generoso nei confronti dei membri della guerriglia del paese.

Iván Duque e il futuro degli accordi di pace

Le elezioni presidenziali del 27 maggio 2018 non hanno determinato alcun vincitore, rinviando la scelta del presidente al secondo turno previsto per il 17 giugno 2018. Si è trattato di uno snodo cruciale per la politica colombiana. La posizione riguardo alla pacificazione del paese e l’approccio al paese confinante, il Venezuela, hanno determinato la vittoria di Iván Duque, il quale ereditò dal precedente governo l’approvazione degli 11 dei 27 progetti legislativi contenuti negli accordi dell’Avana. Il senatore Duque appartiene alla coalizione di destra, leader del partito Centro democrático, il privilegiato di Uribe e incarnazione della prosecuzione dell’establishment. Il presidente dichiarò che non avrebbe annullato il processo di pace, ma che ne avrebbe modificato alcuni punti chiave, al fine di garantire un equo processo di giustizia per i crimini contro l’umanità commessi dagli ex guerriglieri delle FARC, in linea alla campagna per il no al referendum del 2016, sostenuto con vigore da Uribe. 

Adottando questa linea intransigente nei confronti delle FARC, non si fa altro che rischiare di pregiudicare il processo di pace. Senza garantire le minime garanzie di sicurezza agli ex guerriglieri, questi ultimi continuano a venire uccisi. Precludere inoltre l’inclusione delle FARC nel processo democratico, compromette gravemente la tenuta del tentativo di pacificazione nazionale.

Lo scontento verso Duque si è evidenziato nel corso dell’ondata di proteste che ha investito il paese a partire dallo sciopero nazionale proclamato il 21 novembre 2019. Si è trattato di manifestazioni di natura principalmente non violente. La popolarità del presidente, già molto bassa a inizio mandato, è in continuo calo. Quel che infatti emerge dalle elezioni locali del mese di ottobre 2019, è la richiesta di una nuova offerta politica, portando all’affermazione di numerosi partiti e movimenti anti-establishment. A Duque gli vengono attribuite le colpe di un’eccessiva inerzia rispetto all’attuazione degli accordi di pace, e riguardo alla inefficiente gestione della crisi migratoria proveniente dal Venezuela, divenuto un problema principalmente di carattere securitario.

Le richieste dei manifestanti, in maggioranza giovani, si esplicitano nella ricerca di verità, trasparenza e giustizia. Fra le rivendicazioni principali vi è il desiderio di vedere l’applicazione reale degli accordi di pace, la cui debolezza risiede nella mancata identificazione e disarmo delle Autodefensas (AUC), in buona parte confluite nel Cartel del Golfo, il cartello dominante del narcotraffico, e nelle forze armate colombiane.

In seguito all’arrivo del Covid-19 in Colombia, che ha provocato 5814 morti e 165.000 contagiati, ad oggi, il Segretario Generale delle Nazioni Unite, António Guterres, si è appellato alle varie forze per l’avvio di una tregua provvisoria volta a proteggere i civili durante l’emergenza Coronavirus. In Colombia il numero di omicidi è calato da quando il presidente Iván Duque ha imposto il distanziamento sociale, il 20 marzo 2020. Ma nelle zone rurali, dove i vari gruppi armati si contendono il controllo del territorio e delle rotte della droga, la violenza non si è fermata.

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