Bolivia & Venezuela: Confronto tra due colpi di Stato

L’ondata di democratizzazione, termine usato per descrivere la svolta degli anni 2000, e il ritorno della sinistra, allontanandosi dai modelli economici neoliberisti, non ha impedito ai regimi populisti, fondati su un ampio sostegno popolare, con la pretesa di rappresentare il “pueblo”, di conquistare il monopolio del potere. Per studiare le ragioni del consolidamento di una forma di potere autoritario così lontana dalla forma democratica sostenuta dagli scienziati sociali, l’esempio più calzante è rappresentato da 2 paesi dell’area andina: Bolivia e Venezuela.

Lo studio delle amministrazioni politiche di Evo Morales e Nicolás Maduro, prima populista e poi autoritario, permette di evidenziare una forte tradizione anti-politica, in cui la politica viene rappresentata come fattore di divisione e la pluralità politica come fonte di instabilità sociale, anche se in realtà si osserva un risultato totalmente diverso da quello che si è voluto rappresentare con esiti altrettanto divergenti.

 In Bolivia, il presidente Evo Morales era in corsa per un quarto mandato, nonostante un limite costituzionale che ha aggirato grazie al sostegno della Corte Suprema. Ha ottenuto il 45,28% dei voti, non solo un grande sostegno, ma anche un punteggio superiore del 10% rispetto al suo principale avversario (liberale), che lo rende il vincitore diretto delle elezioni. Le accuse di frode elettorale da parte dell’OAS (Organizzazione degli Stati Americani, nell’osservazione delle missioni) alimentarono le forti proteste dell’opposizione, alimentando una “crisi morale” e giustificando un colpo di Stato con il sostegno delle forze armate. Evo Morales ha dovuto lasciare il paese.

Evo Morales, ex presidente della Bolivia

 In Venezuela, Nicolás Maduro, anche a seguito dei tentativi della Corte suprema di giustizia di assumere i poteri legislativi dell’Assemblea nazionale, ha convocato il 1° maggio 2017 l’elezione di un’Assemblea Costituente con l’obiettivo di ridefinire l’organizzazione dello Stato in senso pienamente socialista. L’organo è stato eletto, in parte su base societaria, il 30 luglio 2017, in un contesto di violenza e in un modo fortemente criticato dall’opposizione, che ha boicottato il voto. I poteri legislativi conferiti all’Assemblea Costituente si sovrapponevano a quelli del Parlamento venezuelano (Assemblea Nazionale). Le elezioni presidenziali anticipate del 20 maggio 2018 hanno visto la riconferma del presidente Nicolas Maduro (con circa il 68%), per un mandato di sei anni, dal 10 gennaio 2019 al 2025. Queste elezioni sono state caratterizzate da forti astensioni (appena il 48% degli elettori è andato alle urne) e da segnalazioni di gravi irregolarità da parte dell’opposizione.

Nicolas Maduro, attuale presidente del Venezuela

Si tratta di paesi con una particolare tradizione nel populismo e una società molto frammentata. In effetti, i paesi condividono caratteristiche sociali, economiche, culturali, storiche e istituzionali simili (ad esempio una considerevole popolazione indigena, ricche risorse naturali, forti disuguaglianze). Entrambi sono stati qualificati come “populisti” e “plebisciti autoritari”, mentre i loro presidenti avevano un tasso di popolarità notevolmente elevato. In secondo luogo, entrambi i paesi con una storia democratica non così consolidata e con una popolazione tradizionalmente contraria ai valori liberal-occidentali, in un quadro di sfida costante tra la cultura latina e quella americana. In terzo luogo, sia la Bolivia che il Venezuela hanno sperimentato una crescita economica non necessaria che ha rafforzato la loro popolarità. Ma mentre il tasso di povertà in Bolivia è diminuito molto, secondo le analisi della Banca Mondiale, in Venezuela dopo l’epoca d’oro dell’autocrazia di Chávez ereditata da Maduro, lo spreco della ricchezza accumulata porta ad una profonda diminuzione delle condizioni sociali, diventando uno dei paesi più poveri della regione dell’America Latina.

Evo Morales incarnava il successo di una sinistra latino-americana che aveva bisogno di modelli positivi e ha ottenuto grandi risultati. Ma la sua caduta evidenzia l’usura di questi modelli e la fase di confusione che oggi attraversa l’America Latina.

La domanda principale per trovare una risposta è la seguente: stessa violenta transizione politica, ma con due risultati completamente diversi: un colpo di stato riuscito e l’altro fallito. Come mai?

IL RUOLO DELLA CHIESA CATTOLICA

In primo luogo, per rispondere alla nostra domanda principale sul perché nonostante l’esistenza di molti tratti comuni, abbiano raggiunto un risultato completamente diverso, ci si deve concentrare su un attore primario di questa particolare area del globo: la Chiesa. La cattolicità permea tutte le società dell’America Latina, con intensità diverse, ma sempre facendo sentire la sua influenza. Dall’epoca coloniale spagnola ad oggi, la religione è sempre stata percepita come una missione politica per realizzare un mito chiamato costantemente dalle élite dominanti: l’unità politica e spirituale del “pueblo”. Durante la presidenza di Evo Morales dal 2005 in Bolivia, il governo si è gradualmente allontanato dal forte legame cattolico, reinventando antichi riti precolombiani per affermare la specificità dell’identità e della tradizione nazionale.

Le diverse società latinoamericane sono sempre state caratterizzate da una forte logica aziendale, cementata però dall’unità religiosa. Allontanandosi dal credo cattolico, Morales è stato percepito come una minaccia alla tenuta dell’humus organicista che pretende di mantenere una popolazione coesa, professata sia dalla Chiesa che dall’esercito, un altro attore chiave al quale dedicheremo la dovuta attenzione nel corso di questa analisi comparativa.

Il colpo di stato in Bolivia è stato un colpo di stato evangelico. La chiesa evangelica ha spinto, organizzato e finanziato il colpo di stato. All’interno dello Stato, ci sono gruppi paramilitari evangelici, che hanno letteralmente cacciato i dipendenti del governo e gli eventuali sostenitori di Morales, tra cui i cosiddetti “campesinos” e “Indios”. Dietro la nuova figura dell’autoproclamata presidente della Bolivia, Jeanine Áñez, c’è una grande comunità di evangelici, responsabili delle azioni più violente commesse sul territorio. Secondo le parole dell’analista politico, Amauri Chamorro, hanno attaccato le donne vestite con gli abiti tradizionali degli indigeni boliviani, portando avanti una persecuzione razzista basata sulla Bibbia.

Tutto questo, in Venezuela, non si è verificato perché le più importanti scelte politiche di governo messe in atto da Nicolás Maduro, sono essenzialmente un trait d’union con la precedente amministrazione di Hugo Chávez. Quest’ultimo, a sua volta influenzato dal Peronismo argentino, consolidò nel paese la tipica fusione populista con la religione cattolica, a differenza della Bolivia di Evo Morales, la cui scelta influenzò profondamente il suo destino politico. Così, in Venezuela, la Chiesa ha avuto un ruolo forte nel mantenimento del regime di Maduro, ovviamente grazie all’aiuto dell’esercito. L’alleanza tra la Chiesa e l’esercito è il principale custode della stabilità sociale.

Inoltre, il legame tra socialismo e cattolicesimo è uno dei tratti costanti della tradizione latino-americana, ponendosi come i principali fautori della giustizia sociale. Ci troviamo in un quadro di democrazia populista, che ha essenzialmente un obiettivo: l’integrazione sociale promossa soprattutto dall’immaginario religioso fomentato dalla Chiesa cattolica.

IL RUOLO DELL’ESERCITO

In secondo luogo, la nostra analisi si concentra su un altro attore fondamentale, il cui coinvolgimento o meno ci permette di comprendere la diversa natura assunta dai due colpi di stato in questione. In questa particolare area del globo, i cambiamenti militari al governo centrale si sono ripetuti costantemente nel corso della storia. L’esercito, infatti, è sempre stato un difensore dell’ordine e di quella famosa unità politica e spirituale già menzionata, anche al di sopra della legge nazionale. C’è un impulso costante da parte delle forze armate nel voler rigenerare la nazione per la sua prosperità socioeconomica. Nel corso del tempo, hanno assunto questo ruolo in forma istituzionalizzata, portando alla formazione di cosiddetti regimi militari istituzionali, promotori della coesione sociale e dell’armonia.

Nel caso della Bolivia, le forze armate si sono prefissate l’obiettivo di sradicare la minaccia del populismo socialista di Evo Morales, perché contraria agli interessi di molti attori presenti sul territorio, compresi gli imprenditori e le classi produttrici. Il contesto in cui si è dimesso è caratterizzato da estrema violenza pubblica e legittimato dal governo de facto, che presto ha assunto l’incarico al posto di Morales. Fu quindi costretto a dimettersi, così come per tutta la sua squadra ministeriale, sottoposta a pesanti minacce. Non era affatto una protesta cittadina pacifica come definita da alcuni media; era parte di un piano di colpo di stato. Un piano molto ben orchestrato che mirava a mostrare uno scenario di ingovernabilità che era favorevole al “golpe”. Si trattava di manifestazioni mascherate da movimenti cittadini, che si sono concluse in seguito con l’esplicita ribellione delle forze armate, al fine di rovesciare Evo Morales con un colpo di stato.

In Venezuela, tuttavia, l’esercito si schierò con Maduro, privando di legittimità il colpo di Stato lanciato dal presidente dell’Assemblea nazionale, Juan Guaidó. A dimostrazione di ciò, José Adelino Ornella Ferreira, capo di stato maggiore delle forze armate, ha confermato la sua fiducia nel governo di Maduro. L’esercito non ha ceduto di fronte a questa mossa a sorpresa dell’opposizione guidata da Guaidó. L’esercito non ha ancora trovato il prezzo per cambiare la sua lealtà. Infatti, fin dall’era Chavista, il governo ha sempre concesso all’esercito enormi privilegi, proprio per comprare la sua fiducia. Per comprendere tutta questa lealtà, è sufficiente leggere un dato quantitativo: le forze armate venezuelane hanno il più alto numero di generali al mondo, anche il doppio dell’esercito statunitense. Il prezzo per cambiare pagina è quindi molto alto.

La posta in gioco è quindi il controllo dell’esercito. Un concetto, privato di qualsiasi importanza politica dal governo di Evo Morales, per il quale ha dovuto pagare pesanti conseguenze. Un concetto che il governo di fatto, ora assunto dall’autoproclamato presidente Jeanine Áñez, ha invece sfruttato a suo favore.

L’INFLUENZA STATUNITENSE

In terzo luogo, il principale fattore che ha influenzato, anche se in una forma secondaria rispetto ai due precedentemente menzionati, gli eventi della Bolivia e del Venezuela, è il ruolo assunto dall’amministrazione statunitense. È uno dei pochi fattori esterni che hanno sempre influenzato lo sviluppo della classe dirigente sudamericana. È essenzialmente un’interferenza continua, diretta o implicita, che è sempre stata efficace dal XX secolo, e in particolare dalla Prima guerra mondiale, quando il ruolo degli Stati Uniti nel mondo ha cominciato ad essere evidente, con il simultaneo e progressivo allontanamento delle élite europee dal continente americano, da sempre considerato una sfera esclusiva di interessi economici. Per le continue forme di interventismo americano, e per il fatto che sono promotori di una cultura protestante liberale contraria alle radici latine della regione, nel corso degli anni si è sviluppato in entrambi i paesi un forte sentimento antimperialista.

In particolare, in Venezuela la credibilità degli Stati Uniti è peggiorata ulteriormente dopo che Bush nel 2002 si è affrettato a riconoscere le autorità che avevano deposto Chávez nel 2013, una figura politica molto popolare al “pueblo” venezuelano. In questo contesto di fattori esterni, dobbiamo citare una figura peculiare nel panorama del paese: il narcotraffico. La guerra esplicita condotta nel tempo dalle varie amministrazioni statunitensi contro i cartelli colombiani della droga ha avuto i suoi effetti anche nel vicino Venezuela. Qui, infatti, c’è una forte componente di narcotrafficanti, che agisce da importante stakeholder rispetto all’agenda politica di Maduro, il quale non ha alcuna intenzione di ostacolarli, sempre nell’ottica di una più ampia lotta contro gli interessi dei potenti Stati Uniti. La sfida all’interferenza esterna è sempre stata una costante, infatti, nella storia venezuelana. A partire dalle “juntas”, organi politici formatisi dopo la caduta della Spagna per mano di Napoleone, per continuare con la tradizione della sfida, portata avanti dal bolivarismo e dalla figura del “libertador”, che libera la propria patria dall’ingerenza straniera negli affari nazionali.

Tutto questo ci aiuta quindi a capire come, nonostante il forte sostegno degli Stati Uniti concesso al leader dell’opposizione venezuelana, Juan Guaidó, ciò non sia servito allo scopo di compiere un colpo di stato contro Maduro. Proprio a causa della forte tradizione antimperialista che permea tutti i livelli della società nel paese.

Nel contesto della Bolivia, tuttavia, è stato prodotto esattamente il contrario. La dittatura che si è imposta in seguito all’esilio forzato di Evo Morales, si è insediata con la forza grazie alla legittimità conferita dall’arena internazionale, in particolare dagli americani, che hanno cercato di mascherare un colpo di Stato come una manifestazione cittadina pacifica. Ciò che spinge l’amministrazione Trump a fornire sostegno alla senatrice Jeanine Áñez è dato principalmente dalla possibilità di concludere un accordo privilegiato con il nuovo presidente per quanto riguarda lo sfruttamento delle risorse naturali del paese, come argento, rame e gas naturale prezioso. Un accordo che non sarebbe mai stato possibile con la Presidenza Morales. Anche lui, come detto, un convinto anticapitalista, aveva dichiarato durante la sua elezione nel 2005 che era riuscito a battere i neoliberisti, definiti come i venditori permanenti della patria, attraverso la cosiddetta politica della “shock economy”, una vendita di risorse alle multinazionali. Ora, tuttavia, nel paese vige una logica opposta, caratterizzata da una maggiore collaborazione con il governo americano. In Bolivia, dunque, il fronte dell’antiliberalismo e del populismo socialista di Morales è stato temporaneamente eroso, rimanendo privo del sostegno popolare che era solito invocare durante i suoi discorsi pubblici.

Il deserto boliviano

Infine, si ritiene che gli Stati Uniti abbiano esercitato la loro influenza anche all’interno dell’OAS (Organizzazione degli Stati Americani), la quale con il suo rapporto ha stabilito che Evo Morales aveva truccato le elezioni, permettendo poi ai militari di chiedere al presidente di dimettersi e andare in esilio in Messico. Tuttavia, è stato ufficialmente dimostrato come non ci sia stata alcuna irregolarità nel processo elettorale. L’OAS, attraverso le sue osservazioni ingannevoli, ha contribuito al conflitto politico, usandolo come scusa per giustificare il colpo di stato militare.

In entrambi i paesi vi è una forte rivendicazione da parte dei loro leader di rappresentare il popolo nel suo insieme attraverso il monopolio del potere. Ogni spinta democratica, proveniente da fattori sia esogeni che endogeni, è sempre stata fermata da reazioni autoritarie, attraverso l’ascesa al potere di leader politici intolleranti al pluralismo. Nella storia dei paesi dell’America Latina i leader hanno tentato in diverse occasioni di governare in forma plebiscitaria. Cavalcare l’immensa popolarità del momento per riformare la Costituzione, creando le condizioni per la perpetuazione al potere del sovrano. Questo è stato visto per il caso in particolare con Chávez in Venezuela e con Morales in Bolivia.

Un’altra caratteristica emblematica del contesto latino-americano, che rientra nel quadro dell’autoritarismo tipico di questa particolare area geografica, è l’autoproclamazione dovuta alla mancata vittoria delle elezioni. Una persona che in pratica non riveste alcuna legittimità e nessuna base giuridica affinché la presa del potere abbia una qualche validità giuridica. Nel caso della Bolivia, infatti, per poter nominare un presidente ad interim del paese fino alle elezioni ci vuole l’approvazione dei 2/3 del congresso. Quando la senatrice si è autoproclamata, l’assemblea parlamentare era completamente spoglia. Il fatto che la comunità internazionale l’abbia accettata come presidente è uno schiaffo al buon senso e allo stato di diritto; quest’ultimo in un rapporto costantemente precario con le istituzioni democratiche che esistono in questi paesi.

Caracas, capitale venezuelana

In conclusione, quindi, è giusto osservare che, basandosi su basi così precarie, la politica ha per lo più perso il suo compito di articolare e metabolizzare le differenze sociali riportandole a valori e regole condivisi. Di conseguenza, è diventato un campo di battaglia dove il populismo è diventato, come abbiamo visto, uno strumento efficace di integrazione degli esclusi attraverso la chiamata ad una sorta di comunità originaria.

Sembra che qualsiasi progresso compiuto a livello sociale debba essere necessariamente smantellato, come dimostra il caso boliviano. Con Evo Morales, infatti, da uno dei paesi più poveri della regione la Bolivia è diventata quella che è cresciuta di più per cinque anni consecutivi, secondo i dati della Banca Mondiale. Una crescita accompagnata dalla ridistribuzione della ricchezza e da una maggiore equità ed uguaglianza. Il governo di Morales ha portato servizi di base nelle zone più povere del paese. . Tuttavia, questa politica non è ancora compresa dalle principali parti interessate. Finché prevarrà la logica economica, a scapito del benessere dell’intera popolazione, di cui questi regimi amano farsi portavoce e custodi, non ci sarà mai un progresso sociale sostanziale.

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