La Colombia minata: una triste realtà

La Colombia risulta essere il secondo paese al mondo, dietro solo all’Afghanistan, per numero di mine disseminate sul territorio nazionale, essendo presenti in 31 dei suoi 32 dipartimenti.

La repubblica colombiana al fine, dunque, di procedere ad un suo completo sminamento ha ricevuto nel 2012 $15,6 milioni all’interno di un framework di assistenzialismo internazionale, da parte specificatamente di 9 donatori (l’UE, gli USA, il Canada, la Germania, la Spagna, la Norvegia, il Giappone, la Svizzera e i Paesi Bassi). Si tratta di fondi stanziati per poter supportare il “Programa Presidencial para la Acción Integral contra Minas Antipersonal” (PAICMA) e fornire un sostegno logistico all’OAS (Organization of American States).

Di questi $15 milioni forniti nel 2012 solo il 33% venne allocato per quanto riguarda le operazioni di “mine clearance”.

Nell’accordo di pace del 2016, lo sminamento è stato riconosciuto come prerequisito per lo sviluppo rurale post-bellico, un’occupazione per ex combattenti reintegrati e un veicolo per la fornitura di risarcimenti alle vittime. L’UNMAS (United Nations Mine Action Service) sostiene lo sviluppo della capacità tecnica e amministrativa di “Humanicemos DH”, un’organizzazione umanitaria per l’azione contro le mine istituita dagli ex combattenti delle FARC-EP. L’UNMAS sostiene l’azione contro le mine nel paese in modo da favorire ulteriori processi di pacificazione e sviluppo del territorio, attraverso ad esempio l’uso produttivo dei terreni liberati e il miglioramento delle infrastrutture precedentemente trascurate a causa della loro prossimità ai cosiddetti campi minati.  

UNMAS fornisce la propria assistenza tecnica al “National mine action centre” (Descontamina Colombia) dal 2010, contribuendo in maniera sostanziale alla costruzione della pace sul territorio. Grazie a tale agenzia specializzata delle Nazioni Unite sono stati infatti raggiunti notevoli risultati. È stato avviato un nuovo “National Mine Action Strategic Plan 2016-2021”; gli ex-combattenti sono stati reintegrati nella società colombiana per condurre l’attività di sminamento; ed infine sono stati distrutti 7.295 dispositivi dando così l’opportunità a 177 municipalità di dichiararsi liberi da sospette contaminazioni di mine.

Dopo 3 anni dagli accordi di pace le vittime di mine antiuomo in Colombia sono triplicate. Sono morte 412 persone, di cui 217 civili e 197 militari. Nonostante l’agenzia nazionale colombiana “Descontamina” abbia dichiarato una diminuzione della presenza di mine sul territorio, le vittime continuano ad aumentare, arrivando a registrare 178 vittime nel 2018 e 7 solo nel mese di gennaio 2020. Per questo la Colombia ha chiesto una proroga al trattato di Ottawa, la Convenzione internazionale per la proibizione dell’uso, produzione e vendita di mine antiuomo e la relativa distruzione. Le cause principali dell’aumento delle vittime sono essenzialmente la disinformazione, la mancata implementazione degli accordi di pace e le nuove dinamiche del narcotraffico. Il vuoto di potere lasciato in seguito al ritiro dai territori occupati tradizionalmente dalle forze di guerriglia non ha fatto altro che provocare nuovi conflitti per il controllo dei corridoi del narcotraffico, facendo largo uso di ordigni esplosivi.

La specificità della Colombia è caratterizzata da un’estensione molto elevata di campi minati, ma a bassa densità, relativamente alla presenza di mine. Si tratta di una situazione che impedisce alle forze armate o ad altri gruppi armati di penetrare nelle zone controllate dai narcotrafficanti. Inoltre, un’altra caratteristica è data dalla fabbricazione artigianale delle mine. Non sono infatti prodotti industriali, ed ognuno di essi cambia a seconda della zona geografica a causa dei materiali reperibili. Le mine, inoltre, vengono assemblate dentro a contenitori di vetro o metallo per poter ferire o uccidere una quantità elevata di persone, una volta esplose a causa delle schegge. Tale situazione peculiare compromette il successo delle operazioni di ricerca, che riescono a procedere solo grazie alle informazioni raccolte dalla gente del posto. Inoltre, data la grande eterogeneità delle caratteristiche delle mine, gli sminatori devono confrontarsi nel loro lavoro con ordigni di natura imprevedibile.
In seguito alla firma degli accordi di pace, le FARC si impegnavano a fornire il posizionamento preciso dei campi minati. Tuttavia, non essendo un’organizzazione nel senso letterale del termine, in quanto priva di disciplina militare e vista l’autonomia dei vari comandi operativi locali, si generò una confusione totale in merito alla dislocazione nel territorio delle mine antiuomo. Inoltre, molte informazioni andarono perdute.
La situazione di incertezza completa riguardo alla situazione dei vecchi campi minati si va a sovrapporre con quella dei nuovi campi minati, a causa dei ritrovati equilibri delle forze del narcotraffico. Le zone liberate dalle FARC sono diventate l’obiettivo di diversi attori, attratti dagli interessi economici legati alle attività illecite. Più in particolare, sono presenti: il cartello di Cali, quello messicano di Sinaloa, il clan del golfo, l’ELN, l’EPN e le forze dissidenti delle FARC. Le difficoltà operative, oltre a rendere complessa l’attività di sminamento, non permettono di procedere ad un conteggio definitivo del calcolo statistico delle vittime, che secondo la Croce Rossa Internazionale, sono di gran lunga maggiori. Alle statistiche ufficiali, infatti, si devono aggiungere tutti quei casi di corpi ancora non rinvenuti, rientrando automaticamente nella lista degli innumerevoli desaparecidos del paese.

Le vittime di mine antiuomo e le loro famiglie hanno il diritto ad un risarcimento, secondo la legge colombiana. Una compensazione economica che, tuttavia, in molti casi non arriva a causa della mancanza di informazioni precise riguardo l’iter burocratico da dover espletare e un atteggiamento delle amministrazioni comunali, che ostacolano ulteriormente il processo, spesso a causa del proprio orientamento politico.

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