Il soft power di Pechino: gli Istituti Confucio

Joseph Nye Jr. definì il soft power come la capacità di un Paese di cambiare l’atteggiamento di altri Paesi non forzandoli a farlo, ma “attraendoli” verso di sé, verso il suo esempio. Il Paese “attrattore” era così una calamita economica, sociale, culturale per i Paesi “attratti”, e diventava tale proprio grazie all’uso delle sue risorse economiche, sociali e culturali.

Tra i Paesi che più di tutti hanno fatto e fanno uso del soft power troviamo, in testa, la Repubblica Popolare Cinese. Pechino, e ne sono prova i suoi rapporti e i suoi atteggiamenti coi Paesi africani, ha da sempre usato il “potere morbido” per accrescere la sua influenza e la sua importanza globali: non ha mai usato un soldato (e quindi l’hard power), se non per fare peacekeeping, e non ha mai tentato di violare o violato la legalità internazionale per raggiungere i suoi obiettivi. Questo viene considerato positivamente dai paesi africani.

La prima pubblica dichiarazione sull’uso del soft power cinese è del 2002, quando Jiang Zemin, allora Segretario generale del Partito Comunista Cinese, ne fece cenno al 16esimo congresso del PCC. A Zemin fece eco, nel 2006, il nuovo Segretario Hu Jintao.

Il soft power cinese può essere ripartito su tre sfere. La prima, quella della diplomazia economica, si sostanzia in aiuti ai Paesi in via di sviluppo – ma non solo –, in prestiti e in investimenti, soprattutto infrastrutturali. La seconda, quella della Cina come potenza responsabile, si è espressa principalmente col basso profilo e la partecipazione alle missioni di peacekeeping (che sono anche un’ottima occasione per addestrare le truppe cinesi). La terza, invece, ha riguardato la diplomazia culturale, che era, tra l’altro, aspetto centrale e fondamentale del soft power cinese come presentato da Jiang Zemin e Hu Jintao. Per quanto riguarda quest’ultima sfera, un ruolo fondamentale viene giocato dagli Istituti Confucio.

Xi’an, Cina

Gli Istituti Confucio sono centri “riconosciuti e finanziati dal Ministero dell’Istruzione cinese”, “enti ufficiali per l’insegnamento della lingua cinese nel mondo”. Oltre a promuovere la conoscenza e l’insegnamento del mandarino, gli Istituti svolgono l’importante funzione della diffusione della cultura cinese nel mondo. Il primo Istituto Confucio fu aperto nel 2004 a Seoul, capitale della Corea del Sud, e ad oggi se ne contano oltre 1500. L’apertura del primo coincise, simbolicamente, con l’abbandono della politica del “basso profilo”, tenuta da Pechino a partire dalle repressioni delle manifestazioni di piazza Tienanmen del 1989 e durante tutti gli anni ’90.

Pensare però che gli Istituti Confucio si limitino alla diffusione della lingua e della cultura cinesi nel mondo significa sottovalutare i piani di Pechino e non rendersi conto della realtà dei fatti. Come scrive Politico.eu: “Confucius Institutes are joint ventures between a local university and the Chinese government agency in charge of the program known by its abbreviation: Hanban”, questa divisione dei compiti (e dei finanziamenti) consente alla Cina di spendere meno per ogni Istituto, e di conseguenza di riuscire meglio a crearne di nuovi e a dotarli di maggiori risorse e capacità. Pechino ha speso quindi moltissimo – si calcola che per i primi 100 Istituti siano stati spesi circa 10 miliardi di dollari – ed ha fornito “generous cash grants” per creare e avviare gli Istituti Confucio, come riporta la BBC. Nonostante questo, ha speso meno di quanto spendono gli altri Paesi per i loro istituti di lingua e cultura, grazie al sistema del “doppio finanziamento”, ed ha ottenuto risultati maggiori.

Occorre anche dire che l’azione degli Istituti non è puramente e strettamente culturale: come riportano Wei-hao Huang e Jun Xiang sul Journal of Chinese Political Science, gli Istituti Confucio hanno dietro di sé anche il Ministero del Commercio e quello degli Affari Esteri cinesi. Questo perché la cultura, la lingua cinesi e la loro diffusione non sono mai fini per Pechino, ma mezzi per espandere la sua influenza politica e, forse in primis, commerciale ed economica. Grazie ai Confucio, la Cina riesce a creare, a ottenere contatti con persone che possono fare da intermediari economici tra il Paese interessato e la RPC. Bisogna però non dimenticare che i rapporti, pur nascendo come paritari, non possono né vogliono per Pechino svilupparsi come tali. La forza commerciale cinese, il suo slancio economico e culturale le fanno acquistare sempre maggiore influenza sugli altri Paesi, che si trovano poi, a volte senza neanche accorgersene, in una condizione di debito – non solo finanziario – verso Pechino.

Come è ovvio, non tutti hanno gradito questa diplomazia culturale da parte del fu Impero Celeste, e le rimostranze maggiori non sono venute tanto da operatori economici e finanziari o da politici, ma da professori universitari, intellettuali ed esponenti della società civile. Alcune associazioni di accademici in diversi Stati, come in Canada e negli Stati Uniti, ad esempio, hanno chiesto ai loro Paesi e alle loro università di frenare la diffusione degli Istituti Confucio e di interrompere gli Hanban. Puntano il dito contro di essi perché, visti i flussi di finanziamenti che la Cina invia alle università straniere per gli Istituti e l’atteggiamento cinese non proprio da democrazia consolidata, temono che le università possano diventare trampolini per un controllo cinese sulla libertà di insegnamento. Hanno, e non immotivatamente, paura che Pechino si serva degli Istituti Confucio per, silenziosamente, fare lobbying a suo favore e per cercare di zittire le voci critiche del regime, anche con campagne di malcelata propaganda. A tal proposito Randolph Kluver, esperto di dinamiche globali e professore alla Oklahoma University, nota come nei Paesi in cui il sospetto, la diffidenza verso la Cina sono maggiori, maggiore è anche il numero di Istituti Confucio. Ciò, ma non solo questo, dimostra come la Cina utilizzi la leva degli Istituti e la diplomazia culturale per meglio disporre gli altri Paesi nei suoi confronti, per migliorare le sue relazioni con essi e per aumentare la sua influenza.

Gli Istituti Confucio sono quindi una componente fondamentale del soft power cinese, declinato come diplomazia culturale. Chi pensa che, come già detto, l’azione degli Istituti si limiti al campo della cultura, o che dietro ad essa non vi sia un piano più grande della Cina per espandere la sua influenza, per allargare il suo potere e il suo impatto economico verso determinati Paesi e il mondo, per tentare di costruire un nuovo ordine globale, semplicemente sbaglia.

Il logo degli Istituti Confucio

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