Walter Bonatti, una piramide di luce

Voglio credere che la Storia, ogni tanto si svegli dal torpore della quotidianità. Voglio credere che si stanchi della banalità della maggior parte delle esistenze, e che si offenda di essere trattata come un comodo divano su cui adagiare le proprie vite. Voglio credere che allora nel pieno della sua rabbia dia il suo bacio spirituale a qualcuno, per renderlo superiore agli altri. E voglio credere che questo abbia fatto con la persona di cui parliamo oggi: Walter Bonatti.

Walter Bonatti è una montagna granitica, come quelle che ha scalato tutta la vita, che si staglia sulla pianura delle nostre esistenze. È una Piramide di Luce, che illumina chiunque si sia avvicinato a conoscere le sue gesta, i suoi pensieri, il suo essere. Non lo si può considerare solo un alpinista, ma un pilastro portante della Storia stessa.

Nasce il 22 giugno del 1930 a Bergamo, bassa Padana per eccellenza. Da giovane tempra il suo fisico praticando la ginnastica in società locali, ma ben presto volge il suo sguardo verso quelle montagne stupende e misteriose che circondano la sua cittò. Inizia a scalare con profitto e classe irripetibile le cime più importanti delle Alpi, partendo dalle Dolomiti fino al Monte Bianco, considerata l’Università degli alpinisti.

Elencare le sue imprese in quota è semplicemente utopico, basti pensare che figurano nel suo palmares tutti i mostri sacri dell’alpinismo. In ordine sparso: Cime di Lavaredo, Grand Jorasses, Grand Capucin, Aiguille du Dru, quasi tutti i versanti del Monte Bianco, parete nord del Cervino e via discorrendo.

Quello che lo ha fatto passare sportivamente alla storia, è che nella maggior parte delle sue scalate ha percorso vie vergini, mai arrampicate, spesso nemmeno tentate né addirittura mai più ripetute. Le “Vie Bonatti” sulle principali montagne Alpine sono innumerevoli, e rendono l’idea dell’immensa importanza che quest’Uomo ha rivestito nella disciplina dell’alpinismo.

Ma la rilevanza alpinistica di Bonatti è secondaria alla grandezza umana che ha dimostrato nella sua carriera. L’episodio più fulgido avvenne nel 1954, quando Bonatti fu incluso, assieme ai migliori alpinisti dell’epoca, nella spedizione organizzata da Ardito Desio per la conquista del K2, la seconda montagna più alta della terra, nonché la più difficile dal punto di vista alpinistico.

Walter Bonatti in gioventù

Sul K2 un susseguirsi di tragiche vicende, drammatiche decisioni e imperdonabili tradimenti, che meriterebbero un articolo a parte, lo portarono a passare una notte intera all’addiaccio, a oltre 8000 metri, con temperature intorno ai 30 gradi sottozero, e senza alcun materiale di sorta per scaldarsi o ripararsi. Bivaccò in una buca scavata nel ghiaccio, abbracciato al compagno di scalata Amir Mahdi, nel disperato tentativo di trasmettersi il poco calore rimasto.

Tradito dai compagni di spedizione e abbandonato su quello sperone di ghiaccio, per la paura che quel giovane bergamasco potesse soffiare loro la gloriosa conquista della vetta. Tradito da un iniquo contratto firmato prima della partenza, secondo il quale la versione unica redatta da Ardito Desio non poteva essere discussa né confutata. Bonatti dovette soffrire in silenzio, senza poter urlare al mondo la verità, e convivere con lo squarcio che quella esperienza provocò nel suo spirito.

Ma Bonatti non era come altri, e risorse da grande Uomo, inscalfibile nell’animo e nella sua umanità. Ricominciò ad arrampicare in solitaria, per ritrovare sé stesso. La chiave di volta fu sul Grand Dru, uno sperone isolato e quasi impossibile, che affrontò da solo. Lì si ritrovò ad un passo dalla morte, ma invece di arrendersi e lasciarsi cadere, possibilità che ammise di aver seriamente considerato, trovò la forza di superare quel momento e inventarsi un vero e proprio miracolo alpinistico, per concludere la scalata e riappropriarsi della sua esistenza.

Altre sue meravigliose arrampicate fecero la storia della disciplina, tra cui una prima assoluta al Gasherbrum IV, nuovamente in Himalaya.

Qualche anno dopo, un salvataggio miracoloso di alcuni alpinisti in difficoltà in una bufera sul Monte Bianco, lo fece conoscere ancora di più per le sue straordinarie doti umane.

E l’ultima stupenda ascesa avvenne sulla parete Nord del Cervino, su una via nuova e in stagione invernale, rinominata da lui stesso la “traversata degli Angeli”.

Un’impresa sontuosa, con cui concluse la sua carriera da alpinista estremo, per iniziare quella di esploratore, divulgatore e giornalista, che portò avanti fino alla sua morte avvenuta serenamente nel 2011.

Se volete capire meglio perché Walter Bonatti sia una istituzione, un gigante del XX secolo, un campione del suo tempo, dovete ascoltare una sua qualsiasi intervista. Lui vi guarderà con occhi di profondità abissale, e vi parlerà, con semplicità e onestà, di Montagna, di Spirito, di Vita.

Bertold Brecht diceva “beato il popolo che non ha bisogno di eroi”. La Storia non la pensava così, ha baciato Walter Bonatti e l’ha reso un eroe per chiunque scelga di alzare lo sguardo, e guardare verso l’alto.

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