Accordi di Dayton: in nome di chi?

Spesso, nell’arco degli anni, mi sono chiesto che cosa fosse la Bosnia-Erzegovina. Non ho mai trovato, seppur provandoci, una risposta univoca e convincente. Penso, però, che il concetto di “contraddizione” sia un elemento insito nelle vene e nell’animo della BiH.

Un esempio assoluto ed emblematico è quello che è avvenuto qualche settimana fa, ovvero l’avvicendamento di due eventi che, dal punto di vista contenutistico, si collocano in posizioni diametralmente opposte: la dichiarazione di secessione della Republika Srpska e i festeggiamenti per il “Dan nezavisnosti Bosne i Hercegovine (Giorno dell’Indipendenza)”.

Dunque, in poco meno di una settimana, Milorad Dodik, presidente in quota serba della tripartita presidenza statale, ha annunciato (per l’ennesima volta) la volontà di secedere della regione; mentre, domenica 1 marzo, è stato il momento dei festaggiamenti per il referendum che, nel 1992, portò all’autonomia e all’indipendenza dello Stato di Sarajevo (prima di scivolare nell’inferno della guerra per mano della Serbia e della Croazia).

Tutto ciò spiega come il clima della Bosnia sia ancora instabile e, per l’eterogenesi dei fini, ciò è dovuto (soprattutto) dall’atto che per eccellenza doveva garantire una stabilità politica e sociale: gli Accordi di Dayton.

Gli Accordi di Dayton furono stipulati con due grandi obiettivi: il primo era quello di far cessare immediatamente lo scontro armato in Bosnia-Erzegovina; il secondo, invece, era quello di gettare le basi (come una sorta di costituzione) per il futuro dello Stato di Sarajevo.

Ecco, dopo ormai quasi un quarto di secolo, bisogna sottolineare come il progetto, almeno nel lungo e medio termine, sia fallito. Certo, la guerra è terminata ma il prezzo che la Bosnia-Erzegovina sta pagando, ancora oggi, è altissimo e l’instabilità politico-sociale ne è l’emblema.

Non c’è dubbio, quindi, che il primo obiettivo sia stato raggiunto ma il secondo assolutamente no. Anche perché ci sono stati degli errori, fin dal principio, che non si possono non vedere.

Partiamo dal tavolo delle trattative: chi c’era alla stipulazione degli Accordi? Slobodan Milosevic, Franjo Tudjman e Alija Izetbegovic. Chi rappresentavano?

Beh, francamente non è chiaro. Perché contando che Milosevic era il presidente della Jugoslavia (Serbia, Montenegro e Kosovo), Tudjman della Croazia, verrebbe da dire che il terzo rappresentava tutta la Bosnia-Erzegovina. È così? Non proprio. Perché se fosse stato così allora perché, questi tre soggetti rappresentativi di tre Stati diversi, hanno scritto le regole di un solo Paese? Non avrebbe senso, perché sarebbe come se la costituzione italiana l’avessimo scritta insieme alla Francia e all’Austria. Ciò sarebbe, ovviamente, irricevibile.

E allora si potrebbe dire: Milosevic rappresentava i serbo-bosniaci (i serbi che vivevano in Bosnia), Tudjman i croati-bosniaci e Izetbegovic i bosgnacchi (i musulmani dello Stato di Sarejevo). Ma anche questa via è impraticabile perché quest’ultimo, oltre ad essere il leader della fazione musulmana, era al contempo il presidente del neo Stato nascente. Dunque, com’è possibile che un rappresentante di una delle tre etnie (seppur quella di maggioranza) possa scrivere le regole del futuro di tutta la Bosnia-Erzegovina e poi esserne il presidente che le attua? Con quale ragione potrebbe poi essere riconosciuto come il presidente di tutti?

E allora eccoci alla terza via, forse l’unica praticabile: gli Accordi di Dayton si dividono in due momenti, ben distinti, e i tre trattatori assumono dei ruoli diversi a seconda della fase di dialogo. In un primo momento, dunque, si scrive la pace; Milosevic rappresenta ciò che restava della Jugoslavia, Tudjman la Croazia e Izetbegovic la Bosnia-Erzegovina (tutta). Successivamente scatta la seconda fase: quella delle regole di convivenza politico-sociale dello Stato di Sarajevo; in questo caso Slobodan Milosevic diventa il rappresentante dei serbo-bosniaci, Franjo Tudjman quello dei croato-bosniaci e Alija Izetbegovic per i bosgnacchi.

Bisogna però poi ammetere, come se fosse un postulato, che il terzo dell’elenco sia poi un leader accettato in maniera universale da tutte le etnie che compongono la Bosnia. Purtroppo non è così e, infatti, con gli Accordi di Dayton si dà vita alla figura di altri due presidenti: uno per i croati di Bosnia e uno per i serbi. Dunque: due presidenti di due Stati stranieri hanno scritto le regole della Bosnia-Erzegovina con il leader della etnia di maggioranza, lasciando poi (i primi due) il loro potere di rappresentanza a una sorta di delegati eletti.

Beh, da come la si guarda, gli Accordi – su questo piano – fanno acqua da tutte le parti. Ecco perché, visto il profondo disordine di ruoli e rappresentanza in cui la pace è stata stipulata, la Bosnia perpetua nella sua esistenza contraddittoria. Se non è chiaro il principio, come può esserlo il seguito?

C’è un altro tema sul quale soffermarsi: ma com’è possibile scrivere le regole principi (come se fosse una costituzione) di un Paese mentre impera una guerra tremenda? È chiaro che Izetbegovic, proprio perché è il leader della fazione bosgnacca (quella più massacrata e dilaniata dalle bombe), come avrebbe potuto non accettare qualsiasi condizione politica posta da Croazia e Jugo-Serbia pur di far cessare lo scontro bellico?

È un po’ come come quel tale che va in banca per chiedere un mutuo; dopo ore e ore passate con il consulente bancario, parlando d’interessi, regole, tempistiche e garanzie, alla fine si arrende e, pur di andarsene, firmerebbe qualsiasi cosa.

Inoltre, bisogna dire un’altra cosa: quando l’Occidente, a forte trazione americana, ha voluto che queste trattative si concretizzassero, ha commesso l’errore di mettere sullo stesso livello la Croazia, la Serbia e la Bosnia. Accettare ogni richiesta (o capriccio) dei primi due fu una vergogna figlia della fretta e dell’oppotunità politica. In qualche modo è stato come ammettere indirettamente che l’invasione armata di Zagabria e di Belgrado era in qualche modo legittima (almeno parzialmente).

Ora vi farà male la testa. Bosnia, Serbia, Croazia, Milosevic, serbo-bosniaci, bosgnacchi, Izetbegovic e forse non siete nemmeno tanto sicuri di quello che avete compreso. Beh, non vi preoccupate, nemmeno loro lo avevano capito eppur hanno scritto le regole per il futuro dello Stato più contraddittorio d’Europa. Uno Paese che, nella stessa settimana, festeggia nascita e secessione.

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