Voices from South America – L’autunno cileno

Buongiorno Ayla, partiamo subito dall’inizio. Il Cile sta affrontando una turbolenta fase politica, sociale ed economica. Tra Ottobre e Novembre 2019 si è raggiunta l’acme di una rivolta popolare violenta e difficile da contenere. Noi forse dall’Europa facciamo fatica a riconoscere quell’incertezza sistemica che sta gettando ampi strati della popolazione in Sudamerica in uno stato di malessere, hai avuto modo di percepirlo parlando con alcuni abitanti locali?

E’ da molto prima rispetto all’insorgere delle manifestazioni che hanno mediaticamente raggiunto noi europei che il Cile vive in uno stato di insicurezza e fragilità sociale. La disuguaglianza e la segregazione palesi nella Santiago del Cile e i vividi ricordi della dittatura terminata una trentina di anni fa sono alcuni degli aspetti che rendevano il cittadino medio inquieto nell’esperienza della propria coscienza sociale. La mia prima impressione a contatto con la popolazione cilena è stata una sensazione di diffidenza e freddezza, fortemente radicata in un problema di identità culturale.

Che cosa è successo e come l’hai vissuta?

Tornata a casa dopo la solita giornata di studio, mi aspettava la poco entusiasmante idea di cucinarmi qualcosa per cena. Salendo al diciottesimo piano della torre in cui ho vissuto in questi mesi di permanenza cilena, mi sorprende un cielo di fine inverno, appena dopo il tramonto, macchiato da una massa di fumo nero. La casa della mia compagna di viaggio, anch’essa avvolta dalla nube. I telegiornali e instagram hanno iniziato a popolarsi di immagini molto violente, al di sopra degli standard a cui generalmente siamo abituati.

 Venerdì 18 Ottobre si è toccato l’apice della violenza delle manifestazioni contro l’aumento del biglietto del trasporto pubblico. Le manifestazioni non sono un atto infrequente a Santiago, ma quello che è successo quel giorno è stato l’inizio uno sfogo di dimensioni che non si vivevano dalla tanto sofferta dittatura: la catena di eventi violenti e di delicati temi di discussione si è rivelata un’onda travolgente, anche su una studentessa italiana in intercambio. Vicino a tanta potenza sociale, il sentire politico imbarazzato di cui mi sento schiava nel mio paese, mi sono sentita investita da intense riflessioni.

I voli internazionali sono stati sospesi per poco, le strade sono state presidiate dalle forze di polizia, si sono avuti scontri fortissimi tra queste ultime e alcuni manifestanti, è stato annunciato il coprifuoco notturno. Tutte queste dinamiche ti spaventano? Negli ultimi giorni avrai ricevuto tanti messaggi…

Nell’arco di poche ore abbiamo dovuto fare i conti con una serie di informazioni spiazzanti: la chiusura improvvisa dei supermercati, la sospensione dei mezzi di trasporto, delle attività didattiche, il saccheggio di alcuni dei negozi che nei mesi precedenti frequentavo, come dicevi tu il coprifuoco e la sospensione dei voli nazionali e internazionali… Durante il primo weekend  queste notizie hanno effettivamente generato un sentimento di sgomento generale, ma quello che più ha generato una forte insicurezza è stata la sensazione di non avere assolutamente il controllo su cosa sarebbe successo dopo: per quanto sarebbero stati chiusi i supermercati? Cosa sarebbe successo ai locali devastati? Quando sarebbe finito il coprifuoco? Quando avrebbero ripreso le attività universitarie?

Ogni mattina la città si risvegliava in una tranquilla aria di primavera, dopo le notti di coprifuoco tutto era tranquillo, molta della devastazione generata dagli scontri era stata pulita. Così, uscendo di casa attraversavo la piazza principale della città per andare a fare la spesa nel mercato centrale, unico luogo in cui poter fare un buon rifornimento in quei giorni. Nonostante tutto fosse apparentemente calmo, si sentiva nell’aria ancora il pizzicore dei lacrimogeni lanciati il giorno prima, si intravedevano porzioni di pavimentazione distrutte e nuovi graffiti che raccontavano i sentimenti dei cittadini. Tornando a casa dalla spesa la situazione già si stava scaldando: ragazzi in piazza, qualche lacrimogeno lanciato dalle forze dell’ordine qua e là, qualche barricata infuocata. Nel primo pomeriggio la manifestazione e la repressione da parte dei militari si complicavano maggiormente: lancio di pietre, altri incendi, una quantità esorbitante di gas lacrimogeni e camionette che spruzzavano acqua piccante continuavano ad alternarsi in una amara danza che terminava con l’inizio del coprifuoco. E questo si è ripetuto tutto i giorni per i seguenti due mesi in cui ho vissuto a Santiago. Ogni giorno con intensità diverse. Dopo due settimane dall’inizio delle rivolte, l’università ha provato a riaprire: il martedì già doveva chiudere per problemi insorti legati ai trasporti e alla sicurezza di studenti e lavorati universitari.

Te sei in Cile da diverso tempo ormai. Prima dei disordini verificatisi la settimana scorsa avevi già ricevuto alcune avvisaglie di ciò che sarebbe accaduto? Oppure la situazione è precipitata improvvisamente?

E’ stato tutto improvviso. Come dicevo a Santiago spesso c’erano manifestazioni, un po’ come quelle a cui siamo abituati noi, solo con un pelo di calore sudamericano in più.

Al di fuori della capitale il contesto è ugualmente agitato? Le campagne e le altre città come hanno reagito alle proteste?

Altre città cilene sono state travolte dalla violenza, Valparaiso in primis. Da quello che ho sapauto, le località più turistiche (Deserto di Atacama, Patagonia), a parte qualche sciopero e qualche manifestazione, la situazione è rimasta abbastanza tranquilla.

L’esperienza dittatoriale di Pinochet, a partire dal suo colpo di stato in poi, è stato un vero e proprio trauma per il Cile, e ancora oggi si fa fatica a superarlo. I giovani, la generazione cioè che non ha vissuto quella triste fase storica, come fronteggiano questo argomento?

I giovani si considerano portatori dei valori di questa rivolta: reclamano per tutti i cittadini cileni quello che i loro genitori, spaventati da ciò che avevano vissuto sulla loro pelle, non erano in grado di iniziare a reclamare in piazza.

Lo scorso 25 ottobre 2019 ha preso forma una manifestazione oceanica a Santiago, con numeri stimati che superano il milione di partecipanti. Questo fermento popolare, questo movimento scalpitante che cosa sta chiedendo al proprio governo?

Dignità per tutti i cittadini cileni, quanto meno attraverso il riconoscimento internazionale di un problema profondamento radicato di disuguaglianza urbana, finora taciuto il più possibile. Di conseguenza vengono richiesti diritti di vario genere per tutti i cittadini: diritto alla sanità per tutti, diritto ad una abitazione dignitosa per tutti, diritto al trasporto (fondamentale per poter lavorare e guadagnarsi da sopravvivere) per tutti e molto altro…

Il presidente Sebastian Pinera come ha affrontato la grave emergenza? Ritieni le proteste degli ultimi giorni più un attacco nei suoi confronti o nei confronti del sistema in generale?

A mio parare, il malcontento è nei confronti del sistema in generale e  Pinera è sicuramente il bersaglio più attaccabile, senza contare che alcuni suoi discorsi e decisioni sono sicuramente risultati poco vincenti per un consenso popolare…

Come valuti la decisione dell’ONU di intervenire con una missione per i diritti umani, lanciata pochi giorni fa in seguito all’uccisione di ben 18 persone e a un conclamato abuso di potere da parte della polizia?

Te frequenti la Sede di Architettura dell’Universidad Catolica di Santiago nell’ambito della tua attività di ricerca ai fini della tesi. All’interno dell’università la realtà studentesca è stata scossa dagli ultimi avvenimenti? Gli studenti possono essere considerati uno dei motori di queste rivolte? Inoltre ti chiedo, l’università cilena, per come la stai conoscendo tu e in questo preciso momento storico, è un luogo di politica?

Gli studenti, tra cui gli universitari, sono stati tra i principali sostenitori delle rivolte. Il semestre universitario è rimasto bloccato dalle votazioni degli stessi studenti a favore dello stop delle attività. Nonostante ciò, quando possibile, alcuni campus rimanevano aperti qualche ora al giorno per favorire l’incontro degli studenti e dei professori: si organizzavano incontri di vario genere quali conferenze, discussioni sulla situazione attuale, disegno collettivo di cartelloni per le manifestazioni, organizzazione di installazioni di denuncia e protesta da attuare in strada e in piazza.

L’impatto dei social network a tuo parere risulta importante ai fini della diffusione di immagini e notizie su quanto sta accadendo nel Paese?

Risulta fondamentale: è attraverso Instagram che sono venuta a conoscenza della maggior parte delle informazioni e delle situazioni. I telegiornali invece trasmettevano informazioni molto limitate.

Ad oggi (inizio Marzo 2020), come valuti il clima che si respira in Cile, basandoti sul parere delle persone che vi abitano?

Il plebiscito del 26 Aprile è alle porte. Santiago è nel pieno delle tensioni e delle speranze per un futuro degno di essere chiamato tale: il 27 Febbraio è iniziata la campagna per le votazioni in cui verrà deciso, per la prima volta nella storia della democrazia un referendum sul cambio o meno della Costituzione ereditata durante la dittatura di Augusto Pinochet.

Grazie Ayla, alla prossima!

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