Enver Hoxha: un regime sanguinario e grottesco

Parlare di Enver Hoxha non è facile. Comprendere la sua figura, il suo pensiero e come la sua dittatura sia andata a delinearsi nel tempo è particolarmente complesso.

Egli si prende il Partito Comunista e il governo del Paese subito dopo la fine della Seconda guerra mondiale. E di lì in poi, va sempre più a formarsi uno Stato chiuso con sfumature grottesche.

Enver Hoxha nasce a Gjirokastro, nel sud dell’Albania, e da quando diviene la guida del Paese impone un modello politico sovietico intransigente. Qui abbiamo la prima peculiarità del regime. Ovvero, nonostante la coinquilina dei Balcani, la Jugoslavia di Tito che da subito prende le distanze da Stalin e dal suo pensiero, Hoxha stringe un rapporto fraterno con l’Unione Sovietica e la sua filosofia socio-economica.

Già su questo punto si potrebbe scrivere molto. Il dittatore di Tirana, dunque, prende immediatamente le distanze dallo Stato più potente dell’area balcanica a vantaggio di Mosca. Tant’è che recide qualsiasi dialogo con la classe dirigente di Belgrado.

La statua di Enver Hoxha presso Tirana, anno 1988

Hoxha ha le idee chiare fin dal principio: abolisce la proprietà privata, nazionalizza le industrie e riforma la sanità e il settore dell’istruzione.

Come ogni classico dittatore inizia un cammino megalomane e conservatore. Il nazionalismo divampa nel Paese e qualsivoglia opposizione, sociale o politica, viene repressa con la forza – grazie al Sigurimi, una sorta di polizia violenta e nevrotica.

Enver Hoxha, forse, in questo frangente si lega indissolubilmente con la figura di un altro dittatore, ovvero Ceausescu. Quest’ultimo, ha tenuto per decenni il suo Stato, la Romania, sotto il regime della paura grazie alla Securitate. Il Sigurimi, infatti, è pressocché identico.

Esso impone un controllo capillare su tutto il suolo albanese, semina cimici e registratori dovunque, si serve di migliaia d’informatori che si nascondono nella società civile, spargendo il dubbio e il terrore tra i cittadini di essere sempre sorvegliati e spiati.

I numeri della repressione sono impressionati e fanno di Enver Hoxha uno dei monarchi più sanguinari, con notevoli manie di persecuzione, della storia europea. Si contano quasi 35 mila prigionieri politici e oltre seimila uccisioni, tra condanne a morte ed esecuzioni senza un regolare processo.

Bastava essere solo sospettati di cospirazione contro lo Stato e contro la dittatura che, immediatamente, la macchina nevrotica e criminale del Sigurimi provvedeva alla rimozione forzata del soggetto in questione. La condanna, senza processo e possibilità di difesa, comportava all’internamento per anche oltre vent’anni. La particolarità, proprio per evitare qualsiasi tipo di rapporto con amici e parenti, era che il sospettato (e bastava solo questo per essere condannati e sparire nell’oblio), veniva rinchiuso in villaggi (vere e proprie aree d’internamento) nella parte opposta del Paese.

Anche i turisti, ovviamente, non avevano vita facile. Dovevano accettare le regole dispotiche e indiscutibili del regime, infatti dovevano tagliarsi i capelli e indossare un abbigliamento tipicamente socialista.

La follia di queste norme, come spesso accade, cadeva nel grottesco. Infatti, le frontiere erano rigogliose di barbieri e di negozi di vestiti. Alla fine, seppur socialisti, anche i commercianti albanesi avevano capito che dove c’è domanda ci deve essere necessariamente offerta.

C’è poi un’altra follia in Enver Hoxha, quella dei bunker. Forse, per sdrammatizzare un po’, conviene, se qualcuno vuole visitare lo Stato di Tirana, stare bene attento a dove mettere i piedi perché il dittatore aveva ordinato di costruire più di 170 mila bunker monoposto in tutto il territorio. La motivazione stava nel fatto che Hoxha viveva nella convinzione che in qualsiasi momento sarebbe potuto avvenire un attacco straniero. Tra l’altro, per essere precisi, nessuno si sarebbe mai sognato di invadere l’Albania per tutta una serie di ragioni, sia economiche che politiche.

Il dittatore poi, come ogni monarca dispotico che si rispetti, aveva un suo cruccio (oltre ai bunker, ovviamente): l’odio per la religione – qualsiasi religione. Enver Hoxha dimostrò di avere una vera e propria sindrome di Salieri per tuttò ciò che comprendeva la fede.

Vietò il culto, di possedere testi o simboli sacri e impedisce l’uso di nomi religiosi. Altrimenti la pena sarebbe stata una reclusione di anche dieci anni. Espropriò chiese, sinagoghe, moschee e li trasformò in uffici statali oppure, molto più semplicemente (?), ne ordinò la demolizione. Impose dunque un ateismo incondizionato, figlio della politica socialista che promuoveva.

In tutto questo, la popolazione era alla fame. L’Albania versò per decenni in una condizione economica disastrosa, ai limiti del collasso. Ciò nonostante, gli insegnanti erano costretti a professare una propaganda feroce nei confronti degli alunni, evidenziando quanto fossero fortunati nel vivere in uno Stato così ricco e forte. A dimostrazione della situazione in cui versava il popolo, ci sono i dati impressionanti sulle morti per malattia, malnutrizione e tortura.

Il premier cinese Zhou Enlai in visita a Tirana negli anni ’60

La data che segnò la svolta per il Paese fu l’11 aprile del 1985, quando Hoxha si spense dopo molti anni di lotta con la malattia. Un giorno importantissimo per Tirana perché tira una linea immaginaria che divide la vita tra l’ante e il post Hoxha. Oggi, infatti, lo Stato albanese ha fatto grandissimi passi in avanti in termini di sviluppo economico e sociale. Oggi è uno Paese democratico, guidato da Edi Rama, che si appresta ad entrare – salvo faziosi veti incrociati – nell’Unione Europea.

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