HEBRON, LA CITTÀ FANTASMA: UNA REALTÀ SURREALE

La città di Hebron è stata la prima gita fuori porta organizzata agli inizi di questa mia esperienza qui in Israele. L’idea di visitare una delle città simbolo del conflitto, mi emozionava, ma allo stesso tempo mi terrorizzava.

I fedeli delle tre religioni monoteiste, la ricordano senz’altro per il suo significato religioso molto importante, infatti la Bibbia narra che proprio qui, in quella che viene chiamata Tomba dei Patriarchi, siano stati seppelliti Abramo, Isacco e Giacobbe assieme alle loro rispettive mogli Sara, Rebecca e Lia. Io sinceramente,  non essendo molto esperta in materia religiosa, l’ho sempre associata agli eventi storici del conflitto israelo-palestinese e allo sviluppo delle relazioni tra la componente araba e le comunità ebraiche nel corso della storia. La ricordo per il primo massacro del 1929, per la guerra dei sei giorni del 1967, per l’inizio della politica di espansione delle comunità ebraiche o anche per il secondo massacro del 1994 ad opera di Baruch Goldstein, in cui 29 palestinesi persero la vita.  

Così, con questo background storico, mi preparavo a visitare la città, ma sinceramente non sapevo davvero cosa aspettarmi da quella giornata.

Street art, sullo sfondo una scuola elementare abbandonata

 La guida che ci ha accompagnato era un ex soldato israeliano che una ventina di anni fa aveva prestato servizio proprio li. Ci ha raccontato, che al termine dei tre anni obbligatori trascorsi nell’esercito, ha preso parte all’organizzazione non profit denominata Breaking the Silence,  il cui obiettivo è quello di coinvolgere coloro che hanno prestato servizio a partire dalla seconda intifada e di mostrare a tutta la società cosa significa vivere nei territori occupati, condividendo le loro proprie testimonianze. Una volta partiti, ha comunicato al gruppo una serie di raccomandazioni in modo tale da “arrivare preparati” a destinazione, senza avere alcune sorprese. “Controllate di avere con voi il passaporto” disse, “ attraverseremo il confine e non so quanto tempo i soldati ci tratterranno al check point”, “ non so se riusciremo a completare il tour previsto” proseguì, “ mi dispiace dirlo, ma questo accade spesso quando nel gruppo abbiamo qualcuno che indossa l’hijab, è capitato in passato, per cui è giusto che arriviate preparati”, “è a discrezione dei soldati in servizio” spiegò, “non si può prevedere, per cui proseguiremo fin quando ce lo permetteranno”.

In questo modo, con queste premesse ci siamo messi in viaggio verso Hebron e sinceramente, ciò che provavo era un qualcosa a metà strada tra curiosità, paura ed impazienza di vedere il tutto con i miei occhi.

L’attraversamento del confine non è stato particolarmente lungo, ma la guida ci ha spiegato che il problema non era tanto l’ingresso quanto l’uscita, infatti nel verso opposto, si vedeva una lunga fila di macchine in attesa di essere controllate prima di lasciare la città ed entrare nel territorio Israeliano. Prima di lasciare l’autobus e proseguire a piedi, ci è stata data una mappa della città e ci è stata spiegata la politica interna delle strade elaborata per restringere al minimo il movimento dei palestinesi e proteggere gli insediamenti ebraici costruiti nel pieno centro della città. Ci sono strade in cui i palestinesi possono solo camminare, ma non utilizzare nessun mezzo di trasporto o strade in cui i loro accesso è assolutamente proibito, la cui entrata è segnalata da un check point sorvegliato da soldati armati e strade in cui non è permesso loro, né camminare, né guidare, né aprire alcun tipo di attività commerciale.

La logica è paradossale se considerate che nella maggior parte delle strade a cui non è permesso loro guidare, sono costruite case in cui abitano solo famiglie palestinesi che sono pertanto costrette a lasciare la macchina o qualsiasi mezzo di trasporto molto lontano dalla propria abitazione, proseguendo così a piedi, che per un giovane non è un problema, ma per un anziano o una madre di famiglia con bambini potrebbe diventarlo. Il motivo? Questioni di sicurezza ci hanno detto…


Dettaglio casa di una famiglia palestinese con grata di ferro per difendersi dagli oggetti lanciati dai coloni israeliani contro i vetri delle case, cartello ” Arabs are prohibited, this is apartheid”

Il nostro tour a piedi è iniziato dalla Tomba dei Patriarchi e proseguito verso la strada principale, in cui un tempo erano presenti le principali attività commerciali e il mercato più grande della città. Faceva quasi impressione pensare che quella strada abbandonata con tutte le porte piene di ruggine e i fili della luce tagliati che pendevano dall’alto, era un tempo l’arteria principale della città e la zona commerciale più importante. Per accedere a questa strada abbiamo dovuto superare un check point, uno dei 21 presenti in questa parte della città, in cui soldati armati ci hanno controllato i passaporti poiché questa era una della strade in cui ai palestinesi non era permesso entrare. Il lasciarci passare, non significava comunque che gradissero la nostra presenza, infatti dopo pochi minuti, un gruppo di cinque soldati ci ha accerchiato, dicendoci più volte che non potevamo sostare in quel punto e che dovevamo andare via. La guida, conoscendo le procedure, ha risposto loro dicendo che eravamo in luogo pubblico e che l’accesso è negato solo ai palestinesi, per cui formalmente non c’era niente che ci potesse vietare di rimanere li, se non un’ordinanza scritta di un soldato di ordine superiore. Cosi i soldati si allontanarono, eccetto uno, a cui gli era stato ordinato di seguirci per tutta la durata del nostro tour, di circa tre ore. La situazione, ha iniziato a farsi sempre più paradossale, in quanto al nostro gruppo si era appena aggiunto un nuovo membro, con addosso una divisa verde ed un mitra  a tracolla.


Soldato armato che ci ha sorvegliato durante tutto il nostro tour

Ciò che mi ha molto stupito, era la percezione costante della sua presenza. Non era affatto passiva e distaccata, ma attiva ed attenta a tutto quello che la guida diceva spiegando le pessime condizioni della popolazione palestinese e la progressiva occupazione della città da parte dell’esercito israeliano, da lui rappresentato proprio in quel momento. Le sue espressioni facciali, valevano più di mille altre parole, cosi durante il cammino, tra una pausa e l’altra, mi sono permessa di chiedergli se condivideva le parole della guida e se no, perché. Mi ha semplicemente risposto che molte cose le sentiva per la prima volta da quella prospettiva e non nascondeva che erano molto interessanti, ma che comunque stavamo sentendo solo una campana e non potevamo capire davvero le vere ragioni, quelle che loro associano alla “sicurezza”…

Alla fine, siamo riusciti a continuare il tour arrivando fino al punto di arrivo previsto, anche se sempre sorvegliati dal nostro nuovo amico e se ve lo state chiedendo, anche la ragazza del nostro gruppo con l’hijab è arrivata a destinazione, dopo essere stata accerchiata da un gruppo di soldati armati, fermata ed interrogata, per poi essere rilasciata, perché araba, musulmana e di origine palestinese, ma a tutti gli effetti una cittadina israeliana.  



Proseguimento della strada principale nella zona commerciale, con balconi delle case delle famiglie palestinesi con grate

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