Fausto Biloslavo e la vita del reporter di guerra.

Chiacchierata tra passato, presente e futuro

HP e l’avventura, titolava un fumetto di Milo Manara negli anni ’80. HP, ovvero l’archetipo dell’avventura, è Hugo Pratt, uno dei più grandi fumettisti mai esistiti, che ha creato il personaggio di Corto Maltese. E’ proprio la figura di Corto Maltese che ispira il triestino Fausto Biloslavo, classe 1961, a diventare un cronista di guerra. Il suo battesimo del fuoco è un reportage durante l’invasione israeliana del Libano nel 1982, dove è l’unico a fotografare Yasser Arafat in fuga da Beirut.

Negli anni ottanta copre le guerre dimenticate, dall’Afghanistan all’Africa, fino all’Estremo Oriente. Nel 1987 viene catturato e tenuto prigioniero a Kabul per sette mesi, dopo un reportage con la resistenza afghana contro l’Armata rossa. Il capo dello stato Francesco Cossiga, ottiene la sua liberazione. Un anno dopo torna a Kabul e un camion militare lo riduce in fin di vita.

Da allora racconterà tutti i conflitti peggiori, come il genocidio in Ruanda e nei Balcani, la Cecenia (dove contribuisce alla liberazione del fotografo di Panorama Mauro Gallegani), Iraq. E’ l’ultimo giornalista italiano a intervistare Gheddafi e, sempre dalla Libia, racconta l’orrore dei campi di detenzione. Ha lavorato Il Giornale, Avvenire, l’Indipendente, Corriere della Sera, Panorama, Epoca, L’Europeo, Mediaset, Rai, Sky, la svizzera Tsi, la tv tedesca Ndr, la francese Antenne 2, l’austriaca Orf, le americane Nbc e Cbs e poi L’express, Le point, Washington times, Time, Life, El mundo, Sunday times.

E’ autore di diversi libri, fra cui ricordiamo “Gli occhi della guerra”, diventato oggi un sito in crowfounding. Ha avuto infiniti riconoscimenti, specialmente all’estero: solo nell’ultimo anno è arrivato terzo (dietro alla Bbc) al premio internazionale di Bayeux, il più prestigioso riconoscimento europeo per i reportage di guerra e ha vinto il premio “Khaled Alkhateb International Memorial Awards” per il suo servizio tv dalla Libia.

Ha accettato volentieri di essere intervistato da frammentidistoria.com.

Fausto, come nasce in te l’idea di fare il reporter di guerra?

Nasce quando andavo al nautico di Trieste, portavo i calzoni corti e sfogliavo Corto Maltese. Mi innamoravo delle sue avventure e mi sono detto “Io voglio girare il mondo, voglio cercare l’avventura, magari raccontare le guerre e se possibile anche sbarcare il lunario

Messe insieme queste tre cose, io e altri due triestini, Almerigo Grilz e Gian Micalessin, ci siamo inventati l’idea di un’agenzia di giovani free-lance che si chiamava Albatross Press Agency. Agli inizi degli anni ’80 abbiamo cominciato a raccontare le cosiddette guerre dimenticate, come l’invasione sovietica dell’Afghanistan. Siamo stati in Afghanistan per la prima volta nell’83, in quegli anni Vasco Rossi andava a Sanremo con una canzone che si intitola “Vita spericolata”, che è diventata il nostro motto. La canzone dice “Voglio una vita spericolata, la vita come nei film. Voglio una vita come Steve McQueen” e io sicuramente l’ho avuta.


Fausto Biloslavo, Almerigo Grilz e Gian Micalessin

In questa scelta, quanto influisce il fatto che voi siate triestini?

Parecchio, perché quando siamo nati noi a Trieste c’era quasi una cortina di ferro. Anche se Tito era un po’ un cuscinetto tra Patto di Varsavia e mondo libero, ci ricordiamo della piccola cortina di ferro che c’era con la Jugoslavia di allora. Questo ci ha sicuramente influenzato, ma anche il fatto che Trieste sia una grande città di mare, e guardando questo mare hai sempre voglia di partire, di andare oltre l’orizzonte. E noi l’abbiamo fatto.

Quindi una vita ispirata alle visioni di Hugo Pratt e Vasco Rossi, con la caratteristica di raccontare storie che gli altri non raccontano.

Abbiamo sempre cercato di andare controcorrente, nel senso di non seguire il mainstream, ma di cercare storie che gli altri non raccontano, magari in luoghi in cui è molto difficile andare, come in Afghanistan negli anni ‘80. Pochi giornalisti ci andavano.

Oppure, questo ultimo anno mi hanno dato l’appellativo di cacciatore di foreign fighter, un filone che ho continuato a seguire dopo aver raccontato realizzato reportage su tutte le grandi battaglie per liberare le cosiddette capitali dell’Isis, da Sirte in Libia a Mosul in Iraq e Raqqa in Siria, ho seguito il destino dei volontari della guerra santa che sono partiti dal nostro paese e ho trovato due giovani venete, oltre al primo jihadista italiano catturato, Samir Bougana, che è stato poi portato a Brescia con operazione speciale.

Adesso, grazie a Barzan Jabar, un curdo che lavora con me, insomma è un fratello, ho trovato un altro italiano. E’ un jihadista italiano, anche se di origine marocchina, partito della provincia di Lecco con tutta la famiglia, è stato dato per morto, invece era in una prigione curda, ferito ma è lì. Barzan Jabar è entrato in questa prigione, sembra facile, ma ci vogliono mesi e mesi per riuscire a trovare la soluzione. 

Come è cambiato il tuo mestiere con l’arrivo delle nuove tecnologie e con la trasformazione delle testate da cartacee a multimediali?

Ho avuto la fortuna di vivere questa rivoluzione epocale per il mondo dell’informazione. Negli anni ottanta si partiva con la mitica Olivetti 22, non c’ erano alternative alla macchina da scrivere e trasmettere via fax era qualcosa di veramente avanzato tecnologicamente. Si usava la cinepresa con pellicole Super 8 e macchine reflex in cui vedevi le foto solo quando le sviluppavi e le stampavi.

La tecnologia è arrivata prepotentemente sul terreno con l’invasione dell’Iraq nel 2003, computerino palmare collegato al telefono satellitare e alla sera si mandava il pezzo con le foto, quasi in diretta. L’avvento di internet e dei social ha cambiato anche il modo di fare informazione. Io ora sono tornato un po’ alle origini, quando (essendo una piccola agenzia emergente, nda) facevamo tutto per necessità: testo, pezzo, foto e video. Adesso lo faccio di nuovo per necessità: è inevitabile, non basta più solo un articolo con uno scatto fotografico, ci vuole anche il video e faccio tutto da solo perché non ci sono i budget per poter avere un operatore. Ma tutto questo ti dà anche molta soddisfazione e lo puoi fare perché ci sono dei piccoli gioielli tecnologici, smartphone di nuova generazione che fanno immagini bellissime.

Molti hanno timore dei social e della rete, invece bisogna sempre a cavalcare le innovazioni, le rivoluzioni, i cambiamenti, anche se possono essere negativi. Io le ho cavalcate in Crimea, dopo la rivolta di piazza Maidan a Kiev (la rivoluzione ucraina del febbraio 2014, culminata con la cacciata del presidente filorusso, Viktor Janukovyč, nda), quando tutti i miei colleghi andavano via pensando che tutto fosse finito con questo colpo di mano. Ma i russi avevamo detto chiaro che non avrebbero lasciato passare questa storia nel loro cortile di casa, difatti ho assistito all’apparizione degli “omini verdi”, che poi erano soldati russi ben mimetizzati che si sono pappati la Crimea. L’orso russo aveva dato la zampata e io con un banale tweet ho battuto la Bbc, sono stato il primo a dire cosa stava succedendo.

Come hai messo in conto la tua parte di rischio? Hai già pagato di tuo con otto mesi di prigioni russe in Afghanistan, ma i rischi che corri quotidianamente sono ben superiori.

Il rischio il rischio bisogna sempre metterlo nel conto. Io sono un maniaco della sicurezza, ma un errore si  puoi sempre compiere, anche fatale, e bisogna metterlo sempre conto. E la morte c’è sempre, è una compagna di strada, di reportage. A Kabul, dopo sette mesi di galera, hanno cercato di farmi fuori con camion. Sono finito sotto il fuoco più volte: in un’imboscata dei serbi in Kosovo le traccianti mi esplodevano davanti ai piedi, le granate di mortaio in Afghanistan e i bombardamenti. Ho visto la morte in faccia diverse volte, proprio per questo cerco di stare molto attento. Ma se in quel momento il proiettile ha il tuo nome, c’è ben poco da fare.

L’esperienza aiuta, perché sai come guardati attorno, però non è una garanzia al 100 per cento. Non esiste la totale sicurezza, né muri e immunità, purtroppo L’obiettivo, prima di portare l’articolo, è di portare la pelle a casa.

Fausto Biloslavo, una vita dedicata a raccontare i teatri di guerra

Oltre al rischio della vita immaginiamo che i reporter di guerra siano soggetti a intossicazioni e malattie.

A quelle ho fatto il callo, ho avuto tutti i vari tipi di epatite possibili e immaginabili, ho preso una forma di malaria; ma ho superato tutto, magari con qualche difficoltà, a parte le lesioni che mi ha lasciato il camion di Kabul, quelle me le porterò avanti tutta la vita.

In questi posti probabilmente crei contatti, conoscenze, forse anche amicizie. Come affronti la morte di chi conosci?

Eh sì, questo è molto duro. Ho perso tanti amici, colleghi e fratelli. primo fra tutti Almerigo Grilz con cui ho fondato Albatross, per me era un fratello maggiore a cui devo tutto. Se sono qua è anche grazie a lui, che è stato ucciso il 19 maggio 1987 in Mozambico ed è stato il primo giornalista italiano ucciso su un fronte di guerra dopo il secondo conflitto mondiale. Poi ce ne sono stati altri, purtroppo. Noi italiani abbiamo perso una dozzina di giornalisti in questi anni, di cui quasi la metà triestini. Ricordo Raffaele Ciriello a Ramallah, Maria Grazia Cutuli in Afghanistan, Ilaria Alpi che ho conosciuto proprio a Mogadiscio, in Somalia. Sono un po’ colpi al cuore, ma tutti loro sono sempre un po’ al nostro fianco durante i reportage, almeno io li sento e li ricordo sempre al nostro fianco. Poi ci sono anche i fratelli locali, diciamo gli occhi della guerra, quelli che ci fanno da fixer, da interpreti, quelli che ti dicono andare a destra o a sinistra e così ti salvi la vita, con cui c’è un legame molto forte: dopo un mese noi torniamo a casa in una situazione normale, loro restano laggiù.

Almerigo Grilz, morto il 19 maggio 1987 in Mozambico

Come vedi il rapporto fra islam e occidente? Come si svilupperà?

E’ un rapporto che non è mai stato facile, in particolare in questi ultimi anni quando una parte dell’Islam si è estremizzata al massimo, addirittura riproponendo un’idea medievale del califfato, armi in pugno alla conquista del mondo. Abbiamo visto come sta andando a finire, ma questa ideologia non è morta, il califfato è ancora presente sul terreno con cellule terroristiche e guerriglieri, ma soprattutto come ideologia. E’ un punto di vista estremo che combatte i crociati, cioè noi. Quindi penso che ci sia sempre un rapporto difficile e conflittuale, anche se i musulmani sono tanti e sono variegati, quindi non bisogna mai fare di tutta l’erba un fascio.

Quali pensi che saranno i posti caldi del pianeta nel prossimo futuro?

Io sono abbastanza pessimista sull’Iran, i nodi stanno venendo al pettine, purtroppo. In questi ultimi mesi i disordini in tutta l’area mediorientale sono molto pesanti, con molti morti. Questi disordini hanno un denominatore comune: l’Iran è riuscito ad aprirsi un corridoio che prima non aveva tra Iraq, Siria, Libano fino al Mediterraneo; è curioso che questi disordini scoppino praticamente in contemporanea su questa dorsale sciita, quindi – forse – non sono disordini a caso.

Sono convinto che l’Iran cambierà dall’interno per una questione generazionale, anche per il grande ritmo di natalità e quindi di ricambio. I giovani hanno poco a che fare coi pasdaran e con la vecchia guardia di Khamenei.

Considerando il carattere degli iraniani, diventa pericoloso intervenire dall’esterno su questo processo di cambiamento.

Certo, i persiani di fondo sono molto nazionalisti, quindi quelli che vorrebbero bombardare l’Iran devono stare molto attenti, potrebbero peggiorare le cose invece di migliorarle.

E i nostri soldati come si comportano nello scacchiere internazionale?

C’era una battuta, credo di Alberto Sordi, una brutta battuta sotto certi aspetti: “Italiani brava gente”. In effetti è vero, anche nel campo militare sappiamo far la guerra, non ci tiriamo indietro, anche se ce lo nascondono nel nome del politicamente corretto. Sappiamo anche fare per la pace, a differenza magari degli americani che in pace non riescono a gestire la transizione. Siamo ottimi soldati, comprendiamo quando bisogna sparare e quando bisogna essere più cauti.

Dopo l’11 settembre abbiamo sostenuto missioni ostiche, difficili, Iraq, Afghanistan, che hanno permesso di fare una grande esperienza e oggi a livello internazionale siamo allo stesso livello di tanti altri paesi. I nostri partner hanno bisogno di noi noi anche quando pensano di aver vinto la guerra, magari con i carabinieri, che sono ottimo addestratori.

Quali sono i momenti del tuo lavoro che ricordi più volentieri?

Ricordo leggendari comandanti come Ahmad Shah Massoud, (Il “Leone del Panjshir”, combattente contro il regime talebano, nda) che ho conosciuto in Afghanistan, direi che siamo diventati quasi amici. Per raggiungerlo, avevo 26 anni, ho fatto un mese a piedi e a cavallo passando l’Hindu Kush per incontrarlo nel Nord, in una valle incassata fra le montagne, un villaggetto tipo nido d’aquila. Nella moschea avevano apparecchiato per terra, io non vedevo così tanta roba da mangiare da un mese, a un certo punto arriva lui e si siede accanto a me, spezzetta la carne di montone, la mette nel mio piatto. Qui magari avremmo chiamato la Croce Verde, là è un grande segno di rispetto per l’ospite. Lo ricordo sempre con grande piacere, ma con malinconia perché è stata la prima vittima dell’11 settembre, lo hanno ucciso due giorni prima due finti giornalisti che in realtà erano terroristi di Al Qaeda.

E poi, la battaglia di Mosul, certo non sono ricordi piacevoli. L’ultimo giorno siamo rimasti soli, circondati dalle bandiere nere, ci stavano per travolgere, ma poi siamo sopravvissuti. Ecco questo è un ricordo indelebile.

Come si concilia una vita di questo tipo con l’avere una famiglia?

Io l’ho conciliata perfettamente, perché ho conosciuto mia moglie Cinzia quando già avevo questa passione da dieci anni. L’ho conosciuta poco prima di partire per l’assedio di Sarajevo. Quindi mi ha trovato così e ha preso il pacchetto completo. Dovevamo sposarci e io ero in Jugoslavia, quasi non tornavo perché non finivano i bombardamenti, quando sono finiti ci siamo sposati. Ho saputo che mia moglie aspettava nostra figlia Beatrice le ore prima di partire per la strage di Nassiriya. Beatrice, che ora ha 15 anni, all’asilo disegnava il papà sotto le bombe, ora che comincia a capire di più ed è più difficile: durante i bombardamenti a Tripoli ero in collegamento via Skype per salutare la famiglia e a un certo punto sono partiti i raid della Nato, tremava tutto, c’erano le esplosioni, lei si è messa a piangere perché era la prima volta che si rendeva conto direttamente della guerra. Quindi diventa sicuramente difficile, però io quando torno le racconto tutto, le faccio vedere tutto, insomma e questo è il sistema migliore.

Grazie Fausto per la disponibilità, un grosso augurio per le prossime trasferte. Il mondo avrà sempre bisogno di racconti, di voci che si alzano dai contesti più oscuri e sanguinosi.

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