Il “colpo di Zurigo”, una delle più grandi operazioni spionistiche di sempre

27 settembre 1915.
La prima guerra mondiale è cominciata da quattro mesi. La Regia marina italiana costringe la flotta imperiale austriaca alla fonda nei porti dell’Adriatico. Nel mare di Brindisi si staglia la figura della corazzata Benedetto Brin, l’ammiraglia della flotta italiana. Alle otto un’esplosione tremenda squassa la nave, che viene avvolta da una coltre di fumo giallo e rossastro alta cento metri. Metà dell’equipaggio rimane ucciso nella tragedia, 21 ufficiali e 433 tra sottufficiali e marinai. 2 agosto 1916, la nave da battaglia Leonardo da Vinci è scossa da un’esplosione, seguita da altre che la fanno a pezzi. Muoiono 249 marinai e 21 ufficiali. Questi sono i colpi più eclatanti dei servizi segreti austriaci e tedeschi in territorio italiano, i cui sabotatori riescono anche a distruggere una intera calata del porto a Genova, un hangar di dirigibili ad Ancona, il piroscafo Etruria a Livorno e un’intera fabbrica, il dinamitificio di Cengio, sopra a Savona. Subisce gravi danni la centrale idroelettrica di Terni, ma l’evento più devastante è l’esplosione di un carro ferroviario carico di proiettili navali vicino alla Spezia, dove muoiono 265 persone. L’Italia delle retrovie è nel terrore: la rete degli austro-tedeschi è presente ovunque e si serve di tanti italiani. Per due anni non se ne viene a capo, ma un giorno i carabinieri arrestano un uomo che sta piazzando una carica di dinamite sotto la diga delle Marmore Alte, presso Terni, quasi contemporaneamente, un altro sabotatore si costituisce. Dalle informazioni ottenute si capisce che la centrale terroristica è il consolato austriaco di Zurigo, gestito dal servizio segreto imperiale Evidenzbureau. Chi tira le fila è il console in persona, il capitano di corvetta Rudolph Mayer. Ha una disponibilità di fondi pressoché illimitata, ai dinamitardi offre l’equivalente di 300 mila euro per un sommergibile, 500 mila per un incrociatore, un milione per una corazzata: con queste cifre è facile trovare italiani disposti a tradire patria e compagni d’arme. Il controspionaggio della Regia marina italiana crea una squadra di ardimentosi. Il capitano di corvetta Pompeo Aloisi comincia a studiare la situazione, facendo sorvegliare la palazzina dove ha sede il consolato austriaco. Vuole entrare nell’ufficio del console, aprire la cassaforte, portar via i progetti dei sabotaggi e le cartelle dei sabotatori, smascherando così l’intera organizzazione. Si reclutano i partecipanti al colpo: due ingegneri triestini, perfetti conoscitori della lingua tedesca, Salvatore Bonnes e Ugo Cappelletti, il marinaio Stenos Tanzini di Lodi, il meccanico triestino Remigio Bronzin, specialista nel fabbricare chiavi. Si riesce anche a coinvolgere l’avvocato Livio Bini di Livorno, un funzionario del consolato austro ungarico con pendenze nei confronti dello stato italiano. La cassaforte verrà aperta dal re degli scassinatori, Natale Papini di Livorno, prelevato dal carcere in cui era detenuto per avere svaligiato una banca di Viareggio. Riluttante, viene posto di fronte all’alternativa, o partecipare al colpo o partire per il fronte. L’avvocato Bini, il doppiogiochista interno al consolato, fornisce tutte le informazioni e si occupa di fare il calco delle chiavi, ci sono ben sedici serrature da aprire prima di arrivare alla cassaforte. La notte di carnevale, il 22 febbraio 1917, viene tentato il colpo, ma il gruppo di scassinatori si trova davanti una porta inaspettata, la diciassettesima. L’operazione salta. Due sere dopo si riprova. È sabato, il guardiano è in ferie, il cane lupo in giardino viene addormentato col cloroformio. Si muovono in quattro: Tanzini, Papini, Bronzin e Bini. Vengono aperte tutte le porte e si arriva alla cassaforte. Tanzini accende una lampada ad acetilene e vengono oscurate le finestre con dei panni neri. In strada, a far la guardia, restano Bonnes e Cappelletti. Papini si mette all’opera con la fiamma ossidrica, dopo quattro ore buca la cassaforte, che emette un gas venefico. La squadra di scassinatori deve spegnere le luci, aprire le finestre, usare l’acqua di un vaso per bagnare i fazzoletti e metterli sulla bocca. Si beve l’acqua del vaso per mitigare gli effetti del gas, ma è fatta: documenti, codici di cifratura, l’elenco completo delle spie in Italia, il numero dei conti correnti della banca di Lugano dove venivano depositate le somme pagate per i sabotaggi, i piani per i futuri attentati, una grossa somma di denaro, gioielli e una preziosa collezione di francobolli. Per guadagnare tempo nella fuga, gli 007 italiani spezzano una chiave in una delle serrature: gli austriaci ci metteranno diverse ore prima di scoprire lo scasso. Tre valigie piene di materiale arrivano in Italia, gli attentati si fermano, vengono fatte retate di spie, una quarantina di italiani, fra cui i responsabili dell’affondamento della corazzata Benedetto Brin: i marinai Achille Moschin e Guglielmo Bartolini con il caporale Giorgio Carpi, tre volte disertore del 25° Cavalleggeri di Mantova. Il 1° agosto 1918, dopo un lungo processo, Bartolini venne condannato all’ergastolo, mentre Carpi e Moschin sono condannati alla pena di morte mediante fucilazione alla schiena, poi tramutata in ergastolo. L’inchiesta coinvolge anche deputati e alti prelati: vengono arrestati gli onorevoli Adolfo Brunicardi, Enrico Buonanno e Luigi Dini, il braccio politico della rete spionistica. La cellula vaticana è diretta dal vescovo bavarese Rudolph Gerlach, condannato a morte in contumacia per aver diretto personalmente il sabotaggio della Brin e della Da Vinci. Alla fine degli anni ’30, con il riavvicinamento alla Germania, tutti i condannati verranno graziati. Rimane deluso lo scassinatore Natale Papini, a cui era stato promesso il denaro rinvenuto nella cassaforte austriaca. Riceve soltanto l’equivalente di 30.000 euro, perché – con un gesto estremamente signorile – soldi e gioielli sono restituiti al console in quanto proprietà personale. Si conclude così uno dei maggiori colpi spionistici della storia.

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