Tre anime, due regioni, una grande Ambasciata

L’ambasciatore d’Italia in Bosnia-Erzegovina, Nicola Minasi, racconta in questa intervista della realtà bosniaca, con uno sguardo sempre rivolto al futuro ed alla riconciliazione.

di Lorenzo Mantiglioni

Nicola Minasi, Ambasciatore d’Italia in Bosnia-Erzegovina, com’è arrivato qui, a Sarajevo?

“Sono entrato in diplomazia a fine del 1999. Ho lavorato al Ministero degli Esteri per due anni e poi nel 2001 sono andato, come prima sede all’estero, ad Abu Dhabi, negli Emirati Arabi. Dopo quattro anni mi sono trasferito all’Ambasciata a Kabul, dove sono rimasto per tre anni. Rientrato a Roma ho lavorato all’Unità di Crisi del Ministero degli Esteri e successivamente alla Rappresentanza Permanente d’Italia presso l’Unione europea a Bruxelles. Da lì ho avuto la possibilità di venire in Bosnia-Erzegovina. Mi ritengo molto fortunato ed onorato di essere Ambasciatore d’Italia in questo Paese.”

Quali sono le principali attività che l’Ambasciata compie in Bosnia-Erzegovina? Ed, inoltre, come sono i rapporti con l’Italia?

“Noi facciamo tantissimo per avere un rapporto a tutto campo con la Bosnia-Erzegovina, dal piano politico a quello sociale, passando per quello economico fino a quello culturale. L’anno scorso c’è stato un anniversario molto importante, cioè 155 anni dall’apertura del primo Consolato d’Italia a Sarajevo. Da allora i rapporti sono sempre cresciuti. Oggi l’Italia è il secondo partner commerciale, le imprese italiane offrono lavoro a oltre dodicimila persone, la più grande azienda locale è un banca italiana, la più vasta industria per consumo di elettricità è italiana e la società civile italiana è molto attiva in tutto il Paese nei rapporti con la popolazione, senza distinzioni fra comunità.

Nonostante siano passati quasi trent’anni dalla fine della guerra, pare che molte ferite sia fisiche che sociali permangano in questa terra. Lei è d’accordo?

“Gli Accordi di Dayton hanno messo fine ai combattimenti, creando una struttura istituzionale che si sperava potesse far ripartire il Paese – e in gran parte questo è accaduto. La Bosnia-Erzegovina, oggi, può soffrire di un’instabilità politica ma rimane un Paese sicuro. Questo è per merito della comunità internazionale e anche dell’Italia. C’è però una ferita, quella umana, che si è mai rimarginata. Purtroppo non è stato ancora possibile trovare una conciliazione post bellica nel linguaggio politico. L’inno nazionale, per esempio, non ha parole perché non c’è alcun accordo sul testo. Inoltre, non c’è mai stata una cerimonia pubblica con la presenza di tutti i leader dei vari partiti per la commemorazione delle vittime civili.”

Un altro punto critico è l’economia che in Bosnia-Erzegovina pare essere tremendamente statica. Com’è effettivamente la situazione in questo settore?

“È una questione complessa. Se si guardano solo i numeri la Bosnia-Erzegovina ha ritmi di crescita invidiabili, parliamo infatti del tre per cento netto l’anno. Se guardiamo i grandi indicatori macro-economici, come l’inflazione o il debito pubblico, questo Paese soddisfa perfettamente i criteri di Maastricht. Quello che però manca è il compimento di una transizione dell’economia che permetta di sfruttare i vantaggi del libero mercato. Non c’è ancora una maturità nel mercato dei capitali, il settore pubblico è ancora quello preponderante e l’iniziativa economica privata si muove in un contesto sfavorevole. È ovvio che qui l’assistenza dell’Unione Europea, nel quadro legislativo e regolamentare, potrebbe portare ad un notevole sviluppo.”

Gli Accordi di Dayton, come già ha ricordato Lei, hanno avuto il pregio di mettere fine alla guerra ma hanno consegnato un Paese diviso ed in difficoltà: si può dire che tale accordo ha fallito la sua missione?

“Dipende dall’obiettivo rispetto cui gli Accordi vengono misurati. L’idea di Dayton era far cessare lo scontro armato, con la prospettiva di modificarlo entro cinque o dieci anni. Tale riforma di sistema, però, non è avvenuta anche perché è mancato il consenso del mondo politico locale. Bisogna notare, inoltre, che gli Accordi di Dayton hanno riconosciuto e cristallizzato alcuni concetti tipicamente jugoslavi che oggi sono spariti negli altri Paesi dell’area. L’esempio più significativo è quello dei “popoli costitutivi”, secondo cui la sovranità non appartiene solo ai cittadini ma ai cittadini ed gli stessi popoli come corpo complessivo. E’ un concetto contraddittorio rispetto al principio europeo “una testa, un voto”. Si dovrà dunque conciliare il principio della maggioranza democratica con la tutela delle identità e delle tradizioni delle varie comunità.”

Oggi, in Bosnia-Erzegovina, si ha la turnazione di tre presidenti. È possibile con questo sistema creare progetti a lungo termine? E realmente come funziona questo sistema governativo che, visto da una prospettiva estera, è davvero difficile da comprendere?

“È oggettivamente un sistema complesso, che per funzionare richiede ad ogni passo un consenso praticamente unanime. In tal modo gli Accordi di Dayton hanno esaltato il potere di veto dei singoli attori politici. Ciò vuol dire che per far funzionare tale sistema è necessaria una forte pressione interna ed internazionale su grandi obiettivi condivisi. Inoltre, visti i tempi e le difficoltà al livello statale, le municipalità finiscono per diventare laboratori di numerosi esperimenti politici al di sotto e nella latitanza del governo statale.”

Immagino che per l’Ambasciata sia molto difficile interagire con la politica nazionale.

“È sicuramente impegnativo. Io stesso ogni mese sono almeno una volta a Banja Luka, capoluogo della Republika Srpska, ma anche a Tuzla o a Mostar per cercare di parlare con tutte le comunità. C’è anche la tendenza o il tentativo degli interlocutori locali di chiedere alla comunità internazionale di schierarsi con gli uni o con gli altri, per cui è fondamentale mantenere sempre un equilibrio – anche se non è sempre facile.”

C’è un problema: Lei parla giustamente di dialogo e di obiettivi condivisi ma il sistema elettorale impone che ogni comunità voti solo il proprio rappresentante etnico. Ciò non porta all’elezione di leader più divisivi che promettono l’egemonia della propria comunità sulle altre?

“Assolutamente sì. Questo è il risultato estremo della polarizzazione che nasce a partire dal principio dei popoli costitutivi. Inoltre, è anche anti-democratico perché esistono vari cittadini della Bosnia-Erzegovina che non si riconoscono in nessuna di quelle tre comunità (musulmani, ortodossi e cattolici), ad esempio, gli ebrei o la comunità Rom. Tutto ciò è stato oggetto dieci anni fa di una sentenza della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo (il famoso caso “Sejdic Finci”), tuttora non applicata. È anche vero che si tende sempre a distinguere la cosiddetta “lettera” dallo “spirito” di Dayton: la prima suddivide il potere, mentre il secondo riguarda la promozione della collaborazione. Nei primi anni dopo Dayton c’è stato in effetti un dialogo tra i vari partiti, poi però è prevalsa la logica della massimizzazione del potere di veto.”

Sembra che Zeljko Komšić, presidente in quota della comunità croata, e Šefik Dzaferović, per i bosgnacchi, siano due leader più concilianti e conciliabili. Discorso completamente diverso per Milorad Dodik, leader della comunità serbo-bosniaca.

“Bisogna vedere quali sono gli obiettivi comuni, perché senza alcun tipo di accordo non si può andare avanti. È vero che generalmente si assiste ad una più facile intesa tra i primi due rappresentanti ma è importante ribadire che senza un accordo comune non si può fare nulla. La comunità internazionale, dunque, deve necessariamente facilitare questo percorso di dialogo e di conciliazione politica. Questo sistema, che ci piaccia o meno, non permette di avere vincitori o perdenti. Quindi, vincono e perdono tutti insieme.”

A questo punto, la domanda sorge spontanea: com’è la situazione in Republika Srpska, visti anche i recenti venti di scissione?

“La Republika Srspka fu proclamata addirittura prima dello scoppio della guerra e Dayton alla fine l’ha riconosciuta. Il paradosso è che il partito del fondatore e primo presidente, Radovan Karadzic, dopo la guerra è diventato il soggetto politico più filo-occidentale in campo serbo. All’indomani della condanna definitiva di Karadzic stesso dalla Corte penale dell’Aja per i crimini nell’ex-Jugoslavia, si è chiesto se la condanna riguardasse anche la Republika o solo il suo fondatore. Il dibattito locale, alla fine, si è sintetizzato con la scissione delle responsabilità. La condanna quindi riguarda Karadzic e la catena di comando che ha commesso i crimini come il genocidio a Srebrenica e l’assedio di Sarajevo. Il problema è che l’impostazione e la retorica politica non hanno fatto passi in avanti sul piano della coesistenza e collaborazione tra la Federazione della Bosnia-Erzegovina e la Republika Srpska, proprio perché è mancato un processo di riconciliazione di cui parlavano precedentemente. Non c’è purtroppo una narrazione univoca sui fatti della guerra e questo permette ai vari partiti nazionalisti di perpetuare una narrativa manipolativa delle coscienze e dei sentimenti. Nonostante ciò, la popolazione è in fondo molto più aperta nelle relazioni reciproche rispetto ai capi politici e di questi critica l’operato, anche se poi alle elezioni si comporta diversamente.”

Quindi c’è una sorta di due realtà: quella della narrazione politica e quella di tipo sociale?

“A volte penso che sia proprio così.”

In Bosnia-Erzegovina, soprattutto a Sarajevo, si crede molto nella futura entrata nell’Unione europea. Ora, io Le faccio un brevissimo elenco: tre presidenti diversi, poche infrastrutture – soprattutto stradali -, stallo politico e parzialmente economico, nascita di gruppi di contestazione come Pravda za Davida ed assenza di riforme di sistema; questo Stato può davvero sperare di poter entrare nella Comunità? Ed, inoltre, l’Italia che contributo può offrire in questo senso?

“Sono elencati molti problemi in questa domanda. Partiamo dalle infrastrutture: finora la comunità internazionale ha cercato di creare le migliori condizioni e di fornire degli incentivi per la costruzione di nuove infrastrutture. La grande difficoltà tuttavia è assicurare che i capitali raccolti siano effettivamente spesi e utilizzati. Inoltre, è necessario far crescere la collaborazione tra le autorità locali e cittadini, per esempio introducendo la vendita i titoli di Stato. Siccome ad oggi non c’è fiducia su questo versante, le banche internazionali potrebbero fornire delle garanzie e dei controlli su tali fondi. Ciò darebbe un ruolo alla popolazione nelle scelte comuni, mentre oggi i cittadini si limitano a pagare le tasse, ma senza avere un vero diritto di voto sugli investimenti. Se invece una famiglia investe nel proprio Paese, difficilmente deciderà di andarsene. Ecco, qui la comunità internazionale deve trovare un modo nuovo di responsabilizzare sia i cittadini, sia la classe politica.
Discorso molto complesso anche per la coesistenza dei tre presidenti. L’opinione pubblicata dalla Commissione europea quest’anno, sulla richiesta della Bosnia-Erzegovina di diventare un Paese candidato all’ingresso nell’Unione, dice chiaramente che il sistema dei tre popoli costitutivi va superato e che ci potrebbero essere vari modelli in Europa ai cui ispirarsi. Bisognerebbe cominciare, senza alcun dubbio, dal principio di tutela dei diritti individuali come quello di religione e di libera espressione.
Per finire, cosa può fare l’Italia? L’Italia può fare moltissimo perché è un Paese che ha una continuità culturale e geografica con la Bosnia-Erzegovina molto intensa. C’è un dialogo profondo che ha vissuto momenti felici ed altri più duri, ma è sempre stato decisamente florido. Tanti bosniaci, durante la guerra, hanno trovato rifugio nel nostro Paese e molte associazioni italiane hanno lavorato e lavorano tuttora in Bosnia-Erzegovina. Di conseguenza, abbiamo un interesse diretto su una crescita equilibrata di questo Stato.”

Un tema particolarmente interessante è quello della sentenza, da poco emanata, della Corte Suprema olandese sul grado di responsabilità dell’esercito di Amsterdam sul massacro di Srebrenica. La Corte ha dichiarato che, nonostante gli errori commessi dalla Dutchbat, quelle 350 persone (su 8372 vittime totali) sarebbero perite nel novanta per cento dei casi per mano di Ratko Mladic e le sue milizie. Una sorta di mini-condanna per un dieci per cento di responsabilità. Cosa ne pensa? È questa la considerazione della tanto sperata Europa per la Bosnia-Erzegovina?

“È un problema notevole. Va detta però una cosa: la sentenza su Srebrenica, in merito alla responsabilità dei soldati olandesi, è stata emessa da un tribunale nazionale. Mentre, invece, abbiamo una serie di sentenze molto chiare del Tribunale Internazionale dell’Aja, che individuano le responsabilità e le connivenze. E queste non si possono cancellare. Certo, agli occhi della popolazione locale la decisione della Corte Suprema olandese ha rafforzato la convinzione che in fondo l’Unione europea non ha mai dato alla Bosnia-Erzegovina tutta l’attenzione che meritava. Su questo punto pare a volte che ci sia un dialogo tra sordi ed Europa e Balcani fatichino a capirsi. Il paradosso è che la Jugoslavia era un esperimento federale simile ad un’embrionale Unione europea e quando nel 1992 venne firmato il Trattato di Maastricht, in Bosnia-Erzegovina scendeva la notte più buia.”

È possibile individuare delle aree dove la divisione sociale è fondata più su una questione religiosa ed altre realtà dove invece il conflitto nasce da fattori meramente politici?

“È una domanda difficile perché oggi in Bosnia-Erzegovina si vede di tutto. La guerra, con la pulizia etnica, ha di fatto cancellato le tracce di convivenza, semplificando a forza il quadro demografico. Ci sono, purtroppo, delle aree dove coesistere è molto complicato come per esempio nelle scuole. In certe aree esiste il sistema dei doppi turni dove gli studenti non si mescolano – soprattutto tra cattolici e musulmani – e seguono programmi di studio, soprattutto di storia, completamente differenti. Detto questo, ci sono però altre situazioni incredibili e positive. Come quella di Bugojno, dove gli ex mujaheddin convivono con gli ex combattenti serbi. Si creano quindi delle situazioni di convivenza sorprendenti, soprattutto quando si è fuori dal radar dei partiti nazionali.”

Esiste una sorta di presa di coscienza di quello che è successo tra il 1992 e il 1995? Le tre grandi comunità hanno mai affrontato una sorta di dibattito sociale per comprendere la guerra e creare gli anticorpi per il futuro?

“Il dibattito era già nato in realtà durante la guerra. Uno dei temi era proprio come riuscire a rimanere umani. L’esempio più grande è quello di Sarajevo, dove durante l’assedio la gente continuava ad organizzare eventi teatrali o culturali – mettendo a forte rischio anche le proprie vite. Anche il Sarajevo Film Festival è nato durante la guerra. Molti poeti ed artisti, anche dall’estero, hanno lottato per “restare umani”. Il dibattito poi continua anche oggi, soprattutto tra gli intellettuali che promuovono la tutela delle diversità. Ricordo, infine, che pochi giorni fa a Sarajevo si è tenuta la marcia Lgbt ed è interessante come tale evento sia divenuto fin da subito una manifestazione oltre le questioni di genere, ma di difesa delle varie identità nel nome della democrazia.”

Sarajevo oggi è un luogo bellissimo con un passato terribile, cosa può trovare il turista italiano in questa città e in tutta la Bosnia-Erzegovina?

“Intanto, è necessario dire che la presenza turistica italiana in Bosnia-Erzegovina è altissima. Il turista può trovare un’Europa ancora genuina e ricca di storia. Ritengo che i Balcani siano il fratello-gemello dell’Europa occidentale che è stato tolto dalla culla con la prima guerra mondiale, nel 1914. Possiamo aggiungere che da poco è stata pubblicata una pocket guide della Lonely Planet, su Sarajevo e Mostar, di ottimo livello e che può fornire un eccellente servizio ai visitatori. Ci sono anche altre interessanti pubblicazioni come la guida “Scoprire i Balcani” di Eugenio Berra che ha anche una sezione molto dettagliata sulla Bosnia-Erzegovina, con tanti contributi provenienti dall’Osservatorio Balcani e Caucaso Transeuropa. Voglio, inoltre, aggiungere che sono sempre più sorpreso della qualità dei commenti e delle conoscenze italiane su questo Paese.”

Cosa Le ha lasciato questa esperienza e cosa Le sta lasciando tuttora?

“Io mi ritengo estremamente fortunato ed onorato perché, grazie al ruolo di Ambasciatore d’Italia in Bosnia-Erzegovina, sto conoscendo un’Italia di cui essere assolutamente fieri. Ogni giorno si affacciano qui persone che hanno qualcosa di speciale da portare a questo Paese e lo fanno con grande generosità e disinteresse. In questi giorni c’è un gruppo di professori dell’Emilia-Romagna in visita a Sarajevo che vuole conoscere la città per poi portarci le proprie classi in visita scolastica. Molti italiani lavorano per la riconciliazione e aiutano gli ex-prigionieri di guerra a superare, con percorsi psicoterapeutici, le proprie ferite ed a raccontarle insieme al pubblico. Abbiamo, inoltre, una grande possibilità: quella di organizzare delle iniziative che permettano di utilizzare la cultura e la storia italiana come una sorta di terreno neutro nel quale far incontrare le varie anime della Bosnia-Erzegovina. Per questa ragione allestiamo tantissime attività culturali coinvolgendo soprattutto i giovani.”

Ad esempio?

“Tra poco avremo una mostra di fumetti italiani che coinvolgerà tutta la Bosnia-Erzegovina con i disegnatori delle vignette più amate, come Dylan Dog ed Alan Ford.
A fine novembre organizzeremo un convegno sui rapporti tra Italia, Bosnia-Erzegovina ed Unione Europea proprio per raccontare questi 155 anni di storia insieme e come si sono evoluti nell’ultimo trentennio. Penso, infine, che se si dovesse descrivere l’Italia solo dai cittadini italiani che si affacciano qua ne avremmo veramente l’immagine di un popolo aperto, disinteressato, generoso ed umile.”

Grazie mille, Ambasciatore. 

Veduta panoramica su Sarajevo

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