Svizzera, 1991

Storie dalla Svizzera: come si è imposto il diritto di voto alle donne

“Uomini – fratelli – figli proteggete noi [donne] dalla politica. Il nostro mondo è la nostra casa e tale deve restare” – queste le prime parole del manifesto che vedete in foto contro il suffragio femminile. No, non siamo agli inizi del novecento e non siamo nemmeno in un paese sottosviluppato. Siamo nella civilissima Svizzera dei primissimi anni ’70. L’articolo di oggi vuole concentrarsi su un fatto poco noto ai più: l’estensione del diritto di voto alle donne in Svizzera, avvenuta solo nel 1971.

La ragione principale del relativo ritardo della Confederazione elvetica risiede nel suo sistema politico. Infatti, nel caso di proposte concernenti una modifica costituzionale, solo i cittadini aventi diritto di voto decidono insieme ai Cantoni. Al fine di poter introdurre il diritto di voto ai vari livelli, era dunque richiesta la maggioranza degli uomini votanti e il consenso della maggior parte dei cantoni. Un altro ostacolo risiedeva nella stessa Costituzione federale (BV) del 1848, la quale concedeva i diritti di cittadinanza attiva solo a coloro che effettuavano il servizio militare obbligatorio ex art.18.

La conquista del diritto di voto da parte del gentil sesso è stato il frutto di una lotta per i diritti civili e soprattutto per il riconoscimento dell’uguaglianza fra uomo e donna, durata più di un secolo. Difatti le prime proteste e mobilitazioni si ebbero in seguito all’adozione della costituzione elvetica del 1848, la quale statuiva: “Tutti gli Svizzeri sono uguali davanti alla legge.” Nel testo le donne non sono menzionate e quindi non esplicitamente escluse dal principio egualitario. Tuttavia nella legislazione apparve in maniera evidente la volontà di non includere le donne nella nozione di “Svizzeri” e di considerarle in una posizione subordinata agli uomini. Nacquero così i primi movimenti femministi della Confederazione, ma questi non furono abbastanza forti per imporre il suffragio femminile nel 1874, anno della revisione costituzionale.  

Nonostante alcuni timidi passi avanti in tema di diritti civili (vedi il caso di Emilie Kempin-Spyri, prima donna svizzera a laurearsi in giurisprudenza nel 1887), la situazione rimase sostanzialmente immutata sino al 1959. Difatti, prima di tale data vi furono diversi tentativi per introdurre il suffragio femminile nella Confederazione, ma nessuno di questi ebbe successo. Ad esempio, in seguito al grande sciopero generale del 1918 (unico caso nella storia svizzera), si provò ad introdurre il suffragio femminile a livello federale, ma l’inerzia politica portò ad un nulla di fatto. Visto lo scarso interesse a livello confederale, tra il 1919 e il 1921 si promosse l’introduzione del diritto di voto femminile a livello cantonale, ma anche in questo caso non vi fu alcun cambiamento, perché tutte le iniziative vennero respinte (dai votanti di sesso maschile) con grandi maggioranze. Preso atto del rifiuto del legislatore, si tentò l’ultima strada rimasta aperta: adire al Tribunale federale. Fu così che nel 1923 un gruppo di donne bernesi, presentò istanza alla Suprema Corte al fine di ottenere il diritto di voto a livello locale, cantonale e federale, ma questa venne respinta.

Tale situazione portò anche ad un generale sconforto fra la maggior parte delle attiviste femministe, le quali, dopo le pesanti débâcles politiche e giudiziali, sembravano essersi rassegnate all’idea di non ricevere il diritto di voto. Ciò è dimostrato dai verbali del secondo Congresso nazionale delle donne, tenutosi a Berna nel 1921. Difatti, per la prima volta, al centro dell’attenzione e del dibattito non vi fu il suffragio femminile, bensì il tema dell’occupazione e della retribuzione salariale.

D’altra parte i movimenti femministi “pro suffragio femminile”, non solo dovettero difendersi dagli attacchi provenienti dalla classe dirigente maschilista, ma anche da quelli che venivano da altri comitati di donne a sfavore dell’estensione del voto. Vi era infatti la convinzione diffusa che la teoria dell’eguaglianza politica tra i due sessi, fosse un’idea importata dall’estero e quindi incompatibile col principio fondamentale di diritto pubblico che riservava il voto ai cittadini svizzeri di sesso maschile. Chi era contrario all’estensione del voto, propinava l’idea che la donna, in quanto madre e moglie, non potesse, non dovesse e non volesse partecipare alla vita politica, perché già oberata di lavoro all’interno del nucleo famigliare. E a chi sosteneva il contrario, instaurando paragoni con le vicine realtà europee, veniva fatto notare che il sistema elvetico di democrazia diretta non trova suoi simili. 

In seguito, la grande depressione e la seconda guerra mondiale distrassero l’attenzione pubblica dalla campagna per i diritti civili. Solo nel 1948 il dibattito politico e sociale si riaccese vivacemente e ciò avvenne principalmente per due motivi. Da una parte, l’adozione del motto “Svizzera, una nazione di fratelli” per i festeggiamenti del centenario della costituzione elvetica, portò all’indignazione delle associazioni femministe le quali reagirono con l’adozione del motto “un popolo di fratelli senza sorelle”. Dall’altra, bisogna certamente tener conto dell’evoluzione politica e sociale del resto del continente. Infatti, con l’adozione delle nuove costituzioni (vedi anche il caso dell’Italia) il suffragio femminile divenne una realtà in moltissimi Stati europei e ciò motivò ulteriormente i movimenti femministi svizzeri. È interessante notare come questo cambiamento sociale a livello europeo non coinvolse la Confederazione elvetica, principalmente perché le donne svizzere, a differenza di quelle italiane o francesi, non furono direttamente coinvolte dalla guerra totale e quindi ad esempio  non poterono mostrare la loro uguale capacità lavorativa nelle fabbriche o nella resistenza. Paradossalmente, le devastazioni della guerra permisero alle donne di molti Paesi di lavorare attivamente per la ricostruzione delle diverse nazioni e di maturare così un credito nei confronti della società, il quale venne poi riscosso al momento della stesura dei diversi testi costituzionali, ottenendo uguali diritti per entrambi i sessi. Ciò però non poté accadere in Svizzera.

Passata la guerra, il dibattito sociale e l’azione politica sembravano essere una triste copia del teatrino inconcludente degli anni ’20 e ’30: grandi discussioni, importanti proclami e ricorsi al Tribunale federale. Tutte cose dal grande valore simbolico, ma prive di una qualsiasi conseguenza pratica, la quale potesse portare ad una svolta decisiva.

Questa vi fu nel 1957. Nella giornata del referendum popolare che mirava a rendere obbligatorio il servizio di protezione civile anche per il sesso femminile, nel comune di Unterbäch (Canton Vallese) le donne si recarono al seggio con il placet del consiglio comunale. Le schede vennero prontamente annullate, ma tale evento scosse talmente le coscienze e la comunità internazionale che l’anno seguente il Parlamento federale indisse un referendum popolare a favore dell’estensione del diritto di voto. Il  1° febbraio 1959 fallì il primo referendum sul suffragio femminile federale con un’affluenza al voto del 67 percento. Tuttavia lo “scandalo” di Unterbäch aveva ormai innescato un effetto a catena che condusse diversi comuni e poi Cantoni ad estendere il diritto di voto. Così nel 1959 il Canton Vallese e quello di Neuchâtel furono i primi ad introdurre il suffragio femminile e molti altri seguirono (ma non tutti).

La lotta per i diritti civili non era però conclusa: mancava ancora il diritto di voto a livello federale. Fu così che il 1 ° marzo 1969 a Berna marciarono in 5000 (fra donne e uomini) sino davanti al Palazzo federale. Tale manifestazione, unita alla pressione della comunità internazionale, la quale premeva per il l’estensione del voto (cosa che avrebbe permesso alla Svizzera di ratificare finalmente la Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali), portò alla riapertura del dibattito politico sul suffragio femminile. Ma questa volta la situazione politica e soprattutto sociale, era diversa rispetto al passato. Fu così infatti che il 7 febbraio 1971, il disegno di legge per l’introduzione del suffragio femminile venne accettato dall’elettorato maschile (41 anni dopo la Turchia e 7 anni dopo l’Afghanistan).

Sull’onda del risultato referendario, nella maggior parte dei Cantoni si introdusse il suffragio femminile a livello comunale e cantonale. Tuttavia alcuni Cantoni ritardarono l’estensione del voto sino agli anni ’80. Addirittura nel Cantone Appenzello Interno fu necessaria una decisione della Corte federale, la quale nel novembre 1990 impose la partecipazione elettorale delle donne. In Svizzera la lotta per il suffragio femminile si è conclusa definitivamente il 28 aprile 1991, giorno in cui le donne del Canton Appenzello Interno hanno partecipato per la prima volta alle votazioni a livello cantonale. Tuttavia, molto resta da fare per quanto riguarda il raggiungimento l’uguaglianza sostanziale fra uomo e donna, soprattutto sul luogo di lavoro (vedi retribuzione salariale).

Nonostante uno studio del 2010 (condotto da gfs.bern) abbia dimostrato come, dall’estensione del diritto di voto, le donne abbiano contribuito attivamente alla politica e ribaltato il risultato referendario almeno in 10 casi (contro gli 11 degli uomini), il tema del suffragio femminile resta un nervo scoperto della Confederazione. Infatti, anche a causa della recente scarsa affluenza alle urne da parte del sesso femminile, spesso e volentieri serpeggia ancora fra la gente qualche “critica” alla decisione presa nel ’71.

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