Water & Oil: Vogue Italia e il disastro petrolifero nel Golfo del Messico

Il 20 aprile 2010, con il massiccio sversamento di petrolio nelle acque del Golfo del Messico protrattosi per 106 giorni, fino al 4 agosto 2010, si verificò il disastro ambientale della piattaforma petrolifera Deepwater Horizon, affiliata alla British Petroleum. In seguito a un incidente riguardante il Pozzo Macondo, che si trova a oltre 1.500 m di profondità, milioni di barili di petrolio si riversarono nelle acque di fronte alla Louisiana, Mississippi, Alabama e Florida, formando grossi ammassi petroliferi sul fondale marino e provocando non solo la morte di 11 persone (17, invece, i feriti), ma anche quella delle specie animali alla base della catena alimentare che di conseguenza sono state seguite da quelle di dimensioni maggiori, senza contare l’intensificarsi di malattie respiratorie, patologie della pelle e dell’incidenza di tumori sulla popolazione locale. Si è trattato del disastro ambientale più grave della storia americana, pertanto spesso ci si riferisce a questo con l’espressione “Marea nera”. In un simile contesto, forse inaspettate per molti, le pagine di “Vogue” Italia – con il servizio “Water & Oil” – si sono prontamente trasformate in una spiaggia intrisa di petrolio; le fotografie, realizzate secondo consuetudine dal geniale Steven Meisel, immortalavano modelle ricoperte di piume, donne-pesce che tentano di divincolarsi, strozzate dall’acqua irrimediabilmente inquinata. Questi scatti hanno scosso le coscienze di tutto il mondo – «Oil is the new black» è divenuto il nuovo irrisorio motto – , considerati offensivi da alcuni, arte vera e propria secondo altri, ritenuti dai più la vetta più alta che la moda e l’informazione potessero raggiungere. Accusata di aver assecondato, con la pubblicazione dell’editoriale, un mero interesse commerciale, anziché compiere una presa di coscienza, la direttrice di “Vogue” Italia Franca Sozzani durante una video-intervista per un telegiornale americano, ha risposto: «Non penso che oggi come oggi una rivista di moda debba limitarsi a mostrare abiti. Le riviste di moda sono collegate all’arte, al cinema, a tutto. Non ritengo questo servizio di cattivo gusto, né un’opera d’arte, è solo una posizione». Ed effettivamente, se ci domandassimo chi potrebbe mai pubblicare foto simili pur sapendo a quale esposizione mediatica (anche negativa) andrebbe incontro, l’unica risposta sensata è che si tratti di qualcuno che le desidera fortemente, per ragioni puramente estetiche o per un ideale che sia. Certo, si potrebbe obiettare che creatività e sensibilità sono importanti, ma pubblicare una rivista non è arte, il magazine è un prodotto commerciale; tuttavia, le pubblicazioni controverse di “Vogue” Italia hanno dimostrato di aver una tale capacità di impatto sul pubblico da potersi permettere una doppia natura, strumenti di sensibilizzazione e catalizzatori degli acquisti. Se c’è un posto dove non si pensa a certe tematiche è proprio la rivista di moda: è stata geniale l’idea di usare questa piattaforma per smuovere le coscienze in maniera inaspettata, in un momento di massima sensibilità, di fronte alla bellezza che dice la verità.

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