Goran Bregovic: anima e musica dei Balcani

Oggi vi racconto una storia. Stavo cercando un nuovo argomento sui Balcani e francamente ce ne sarebbero molti. La libertà di stampa in Montenegro non gode di buonissima salute, il rapporto tra Serbia e Kosovo merita un lungo approfondimento – che in futuro faremo – e ci sarebbe da scrivere su molto altro.

Questa volta però vorrei parlare di un tema diverso. Vorrei parlarvi dell’anima dei Balcani. Questa volta, infatti, vi racconterò di una persona che dentro di sé racchiude tutte le entità della ex-Jugoslavia: Goran Bregovic.

Egli è un compositore di lunga data, nato il 22 marzo del 1950 a Sarajevo, ed è una sorta di jugoslavo a tutto tondo. Padre croato e madre serba, ha vissuto la maggior parte della sua infanzia nella zona musulmana della capitale bosniaca. Refrattario alle regole e alle imposizioni “calate dall’alto”, Goran non si sente né bosniaco, né croato: egli – così si definisce – è solamente jugoslavo.

Da giovanissimo venne cacciato dalla scuola musicale per “mancanza di talento”. Una convinzione folle e assolutamente errata se si pensa alla carriera che il compositore ha compiuto nell’arco della sua vita.

Faceva parte, nei primi anni della sua esistenza artistica, dei ‘Bijelo Dugme (Bottone Bianco)’ , il leggendario gruppo musicale degli anni ’70 e ’80. Compose svariate colonne sonore per i film di Emir Kusturica – prima suo grande amico, oggi sua nemesi – come per esempio: ‘Il tempo dei gitani’ e ‘Underground’. Al contempo fonda la sua nuova band, ovvero la Wedding and Funeral Band, e raggiunge un successo internazionale enorme. Suona in tutta Europa passando anche dall’Argentina e dagli Stati Uniti d’America.

Il ritmo delle sue note, tra ottoni e chitarre, è fieramente gitano e balcanico. Goran Bregovic, senza alcuna sfumatura di modestia – infatti ne è meravigliosamente privo – decide di riscrivere completamente la cultura musicale del popolo balcanico. Sostanzialmente, parafrasando le sue parole, si è posto l’obiettivo di ricostruire il patrimonio musicale di un’area che massacrata dalle guerre di Slobodan Milosevic.

Un giramondo poliglotta, che vive tra Parigi, Belgrado, Zagabria e Sarajevo, che muove i suoi riccioli brizzolati su tutti i maggiori palchi conosciuti. Durante i suoi concerti, rigorosamente seduto su una sedia, completamente vestito di bianco trasforma le serate estive europee in una festa dalle tonalità gypsy e slave.

Le sue due ultime ‘fatiche’ descrivono al meglio il nostro personaggio. Infatti, il suo penultimo disco (‘Champagne for gypsies’) è un insieme di musiche gitane, scritte e cantate, dai vari zingari più noti sparsi nel mondo: dai Gypsy Kings a Selina O’Leary, passando da Hutz (dei Gogol Bordello) fino all’eclettico Florim Salam. Un esplosione di gioia e di emozioni che avvolgono il pubblico portandolo, come disse un noto critico, “all’orgasmo uditivo”. Il colpo finale – si fa per dire -, quello che più scatena la folla, è inferto dai suoi classici: ‘Jeremija’, ‘Bella Ciao’ e ‘Kalashnikov’.

Ma Goran non è solo divertimento e musiche forti che spingono a balli sfrenati. No, c’è dell’altro. C’è l’altra faccia della sua musica, quella ragionata che delicatamente tocca il cuore tramite l’orecchio. E qui arriva il suo ultimo album: ‘Three letters from Sarajevo’. Un cammino, tra una carezza e una lacrima, sulle strade appesantite dalle bombe di Sarajevo – la sua Sarajevo. Qui, come solo le favole – e i Balcani – sanno fare, le anime religiose si uniscono insieme. Ebrei, cristiani e musulmani, sotto l’occhio vigile e geniale della Wedding and Funeral Band, collegano le moschee alle chiese e alle sinagoghe. Tutti insieme, con Goran al timone, fanno commuovere l’ascoltatore. ‘Made in Bosnia’, ‘Vino Tinto’ e ‘Mazel Tov’ – per citarne solo alcune – raccontano il fascino di un mondo ignoto, nascosto tra le gole montuose della Bosnia-Herzegovina. E per un momento, che forse resterà eterno, l’eco delle bombe e dei colpi di mortaio lasciano il passo ai violini che dolcemente scivolano tra le correnti della Miljacka.

Grazie Goran.

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